Seminario Dialoghi Psicoanalitici, "Sapienza" Università di Roma 21 febbraio 2026

Pubblicato il 7 marzo 2026 alle ore 21:48

Stranieri a se stessi e verso gli altri: pensieri psicoanalitici sull'alterità, il conflitto, le crudeltà"

Nella giornata del 21 febbraio 2026, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, si è svolto l’incontro seminariale del ciclo Dialoghi Psicoanalitici, che ha registrato un’ampia partecipazione di studenti e colleghi. Il seminario era dedicato al tema dell’estraneità impenetrabile, intesa sia come esperienza esterna sia come dimensione interiore priva di parole e di pensabilità. La mattinata ha avuto inizio con la presentazione della Dr.ssa Virginia De Micco, psichiatra, psicoanalista e antropologa, che ha proposto un contributo dal titolo: Il nemico, il doppio, lo straniero. Riflessioni sul confine tra umano e disumano. Il suo intervento ha messo in luce come ciò che viene percepito come disumano non sia altro che l’altra faccia dell’umano stesso: pulsioni distruttive, violenza e spietatezza rappresentano quella parte interna spaventosa e inaccettabile con la quale, tuttavia, è necessario stabilire un’inquietante intimità. Questa componente distruttiva, presente fin dall’infanzia, nel piccolo perverso polimorfo freudiano, viene progressivamente mitigata e trasformata attraverso l’incontro primario con l’altro. È nella relazione che l’informe pulsionale assume una forma umana, si orienta verso l’affiliazione e la socialità, e costruisce un’identità profondamente segnata dalla cultura di appartenenza. In questo senso, la lingua stessa è stata richiamata come spazio affettivo primario: non semplice strumento comunicativo universale, ma luogo di formazione psichica, intriso della voce materna e della storia relazionale del soggetto. 

 

 

 

 

 

La distruttività, intrecciata con l’Eros, tende a nascondersi dietro gli ideali e i processi di civilizzazione, stemperandosi nella costruzione di un’immagine di sé accettabile. La mostruosità, straniera dentro di noi, viene allora incarnata dallo straniero fuori di noi, che assume le sembianze del disumano. Sullo straniero viene proiettata la parte più bisognosa e violenta dell’essere umano, la selvaggia carnalità del bisogno di sopravvivenza. Proprio entrando nella dimensione della sopravvivenza psichica si rischia di perdere la propria umanità: ci si reifica, si diventa cosa per gli altri. Come osserva Primo Levi, in condizioni estreme di esistenza, smettere di abitare il proprio corpo può rappresentare l’unico modo per sopravvivere. Da qui emerge un interrogativo clinico ed etico: cosa accade quando uno straniero, che ha fatto esperienza del disumano, incontra una dimensione di cura che lo spinge troppo rapidamente a rientrare nel proprio corpo e a riumanizzarsi? Può accadere che sia il curante a non tollerare la vicinanza di chi incarna il trauma, poiché l’impatto traumatico si trasferisce nella mente di chi accoglie, chiamato a sostenerne l’angoscia.Si viene così posti di fronte a una tragica alternativa: lo straniero va umanizzato o va annientato, affinché sia possibile eliminare l’elemento inaccettabile dentro di noi. È questa la continuità drammatica tra la profondità psichica individuale e le manifestazioni sociali collettive. Solo la possibilità di riconoscere e pensare questa parte straniera che ci abita consente di non agirla esteriormente. È questo uno dei lasciti fondamentali della psicoanalisi: la capacità negativa di sostare nell’angoscia, di tollerare l’inquietante intimità con il disumano, dentro e fuori di noi. In relazione ai temi del nemico e del doppio, la relatrice ha sviluppato una riflessione a partire dal pensiero di Sigmund Freud sull’oggetto-nemico come declinazione necessaria dell’alterità. Il nemico risulta strutturante per l’identità, individuale e collettiva, purché si collochi in una dimensione di terzietà. Quando invece il conflitto scivola in una dimensione preedipica e simmetrica, emerge la figura del doppio: il nemico fraterno che incarna ciò che di sé è intollerabile e che, per questo, deve essere distrutto. Introdurre spazi di terzietà diventa allora un compito essenziale del lavoro analitico, poiché solo tali spazi consentono di trasformare l’alterità da minaccia annientante a possibilità di pensiero.

Il dibattito successivo ha ulteriormente approfondito i limiti della tolleranza terapeutica, la fatica del curante nel sostenere la crudeltà e il trauma, e il rischio di derive risarcitorie nel lavoro clinico. È emersa con forza la necessità di una formazione personale profonda e di un costante lavoro analitico su di sé per poter sostare in territori psichici tanto complessi.L’incontro è proseguito con il contributo clinico della Dr.ssa Jona Kozdine, dal titolo: Legami intangibili: le vicissitudini del complesso fraterno. Il complesso fraterno, come teorizzato dallo psicoanalista argentino Luis Kancyper, è stato descritto come un organizzatore psichico dal grande valore strutturante nello sviluppo infantile. Attraverso la metafora dei vasi comunicanti, l’autore illustra come l’investimento affettivo genitoriale circoli tra i fratelli, distribuendosi in modo equilibrato. Quando, tuttavia, il legame fraterno si confonde con la scena edipica e con dinamiche incestuali perde la propria funzione strutturante e assume una connotazione altamente destrutturante. Il caso clinico presentato ha mostrato una paziente intrappolata in una rete familiare segnata da gravi confusioni generazionali e legami incestuali, in cui i confini tra ruoli e funzioni risultavano annullati. Il lavoro analitico ha consentito, progressivamente, di nominare l’innominabile, rendere pensabile il trauma e favorire l’emergere della componente più vitale e differenziante della paziente. Attraverso la possibilità di conflitto e separazione simbolica, ciò che era rimasto intangibile ha iniziato a trovare una forma rappresentabile.

La mattinata si è conclusa con il contributo clinico della Prof.ssa Silvia Cimino, dal titolo: Morti senza sepoltura: quando la violenza intrapsichica cancella l’essenza umana. Passaggi da un’analisi. Il caso discusso ha evidenziato il rapporto della paziente con una parte interna distruttiva e invidiosa, vissuta come intollerabile e perciò espulsa e proiettata sull’altro. È emersa con chiarezza la prigione della violenza intrapsichica: una dinamica che impedisce la simbolizzazione del lutto e trasforma ogni legame in un campo di battaglia. Richiamando Rosenfeld e le riflessioni sull’identificazione proiettiva, è stato sottolineato come l’eccesso di proiezioni e la scissione dell’Io possano produrre una profonda distorsione delle relazioni e un’intensa angoscia paranoide. Sul piano tecnico, è stata messa in evidenza la possibilità di alternare interpretazioni intrapsichiche a interpretazioni di rapporto, sostando nel qui ed ora della relazione analitica quando l’interpretazione diretta risulterebbe prematura o intollerabile.  Il lavoro terapeutico non mira a offrire un risarcimento, ma a rendere accessibile e pensabile la componente narcisistica, invidiosa e violenta del Sé, affinché possa essere integrata. Il percorso analitico è stato delineato come un processo graduale, spesso faticoso, in cui si procede “zoppicando”, sostando nel deserto affettivo e nella violenza incontenibile, e offrendo, come suggerisce Tonia Cancrini, un mantello trapunto di stelle: non intatto, non risarcitorio, ma capace di accompagnare nella consapevolezza dei propri strappi. L’intera giornata ha attraversato il tema della crudeltà, individuale e collettiva, e della possibilità di trasformazione. È emerso con forza che l’umano è fragile, storicamente situato e sempre esposto al rischio di scivolare nel disumano. Il compito della psicoanalisi non è eliminarne la presenza, ma sostarvi, pensarla e renderla dicibile, affinché non venga agita.

Giorgia Acchioni
Giorgia De Santis

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