Intervista alla Prof.ssa Paola Carbone

Domanda- Dott.ssa Francesca Salimei: Ad oggi si parla spesso di adolescenti "fragili", secondo lei gli adolescenti di oggi sono davvero più fragili di quelli delle generazioni precedenti, oppure è cambiato il modo in cui la loro sofferenza si manifesta e viene letta dagli adulti? In che cosa, secondo lei, l’adolescenza di oggi si differenzia da quella di un tempo? 

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Intervista alla Dott.ssa Luisa Carbone

Domanda - dott.ssa Giorgia Acchioni Oggi si parla molto delle trasformazioni della clinica e dei servizi. Dal Suo punto di vista, che cosa significa fare psicoanalisi infantile oggi e quali cambiamenti ha osservato, nel tempo, nel modo di pensare e curare la sofferenza infantile?

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John Steiner (1993) I rifugi della mente. Trad.it. Bollati Boringhieri, Torino.

Un testo che non possiamo non conoscere. John Steiner, autore originale di grande profondità clinica, con l’evocativo termine “rifugi della mente”, si riferisce a luoghi mentali in cui l’essere umano può nascondersi e ritirarsi per allontanarsi da una realtà troppo angosciante per essere tollerata. In questi luoghi predomina l’onnipotenza e, in fantasia, può essere possibile qualsiasi cosa. I rifugi mentali, se utilizzati in modo coatto, allontanano il paziente dalla realtà e dalla relazione con l’altro. Durante un trattamento psicoanalitico, spesso il paziente interrompe bruscamente il contatto con l’analista per chiudersi in un mondo inaccessibile che può, però, diventare una prigione inespugnabile, che impoverisce drammaticamente l’Io. L’autore mette in luce specifiche situazioni in cui, anche se appare chiaro all’analista che il ritiro permette di evitare l’angoscia, il paziente sembra offrire una falsa collaborazione e l’analista è spinto ad interagire in modi che potrebbero essere superficiali, disonesti o perversi. Può accadere che il paziente si barrichi dietro un sistema difensivo molto rigido, un’armatura protettiva inconsapevole che lo intrappola in un nascondiglio da cui l’analista sembra tagliato fuori, trovandosi così anche lui ad essere complice degli elementi tirannici di questa organizzazione. Pensiamo ad un’analista che, nel tentativo di raggiungere il paziente e di rimanere per lui un oggetto idealizzato, soccorre, anche concretamente, il proprio paziente, offrendo, ad esempio, una dilazione nel pagamento delle sedute, incastrando così il paziente in un rifugio anche esterno, in cui non sarà possibile sciogliere la dipendenza, se non dopo molti anni dalla fine di un percorso che deve ancora essere concluso dal punto di vista economico. Cosa sta avvenendo? L’analista, nella falsa speranza di costituirsi come un nuovo oggetto in grado di andare incontro ai bisogni del paziente, diventerà il carceriere inconsapevole di un nuovo rifugio, che non fa che ricalcare l’organizzazione difensiva interna al paziente, senza accorgersi che l’analisi stessa è diventata il rifugio. Così, evitare il contatto reale con l’analista diventa un evitare il contatto con la realtà, con le inevitabili perdite, con l’onnipotenza, con il tempo che scorre. Il cambiamento diventa una minaccia inaccettabile. Un “buon” analista, che si doti di una “buona” supervisione, può provare a chiarire dentro di se che ciò che avviene nel “qui ed ora” della seduta: oggetti interni, derivanti da esperienze reali o nati dalla fantasia inconscia del paziente, sono utilizzati con scopi difensivi specifici, che permettono al paziente di legare elementi distruttivi della sua personalità. Il progetto del paziente, di difendersi dall’angoscia, lo porta a sottostare ad un’organizzazione interna distruttivamente perversa, mantenuta unita con mezzi  violenti. Quando tale organizzazione, invece che essere avvicinata, si insinua nella mente dell’analista e guida il suo lavoro, la relazione analitica si colora di aspetti perversi, dove l’aiuto è mascherato da bisogni narcisistici mai avvicinati. Per il paziente il riappropriarsi di parti di se così distruttive può diventare insopportabile e si rischia di individuare tale distruttività all’esterno, nei singoli o nei gruppi. Può accadere che si creino dinamiche di scissione nei gruppi umani tra posizioni opposte, molto polarizzate, i buoni e i cattivi. Osserviamo bene, pensiamo con l’aiuto della mente di altri colleghi, perché potremo trovarci di fronte ad un’organizzazione onnipotente, che ci lascia senza scampo. Ma se possiamo nominare il terrore del contatto con l’altro, che può avvicinarci, sostenerci, superarci, possiamo finalmente aprire una strada di pensabilità. L’insegnamento della psicoanalisi dovrebbe aiutarci nel fermare l’inevitabile ripetizione che questi angusti luoghi della mente portano, impedendo il passaggio verso una posizione depressiva, verso la consapevolezza della propria finitezza. Auguriamoci, grazie ai maestri che ci siamo scelti, di essere in grado di aprire spazi verso la possibilità di essere generosi, di riparare il nostro interno e quello dei nostri pazienti, investendo il mondo della realtà.

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Wilfred Ruprecht Bion (1959), Attacchi al legame. In Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Trad it. Armando Editore, 2009.

Un articolo fondamentale, che è sempre utile ed interessante rileggere. Bion, attraverso riflessioni teoriche ed esempi clinici, approfondisce gli attacchi distruttivi che il paziente porta avanti contro qualsasi cosa che percepisca come un legame tra oggetti. Tale distruttività ha origine da attacchi distruttivi verso esperienze primitive di legame. Attraverso il meccanismo dell'identificazione proiettiva, la mente può disporre di frammenti dell'Io, che si sono originati a causa della propria distruttività. Si insatura così, nel mondo interno, un oggetto distruttivo che non permette di avvicinarsi alla complessità dell'emozione, necessaria per l'accesso alla posizione depressiva. I legami, quindi, che sopravvivono agli attacchi, hanno al loro interno un caratterere persecutorio, perverso, talvolta sterile. Interessante trovare in questo scritto sia un accenno alla predisposizione individuale all'aggressività, all'odio e all'invidia, ma anche il ruolo dell'ambiente, nel modulare e nel bonificare tali aspetti primari del sentire umano. In questo contributo, Bion afferma: "una madre comprensiva è in grado di sperimentare l'angoscia che il figlio tenta di introdurre in lei atttraverso l'identificazione proiettiva e di mantenere, ciò nonostante, un sufficiente equilibrio". Se pensiamo al lavoro clinico, spesso ci troviamo di fronte a numersi attaccchi al legame che il paziente porta nel transfert e che osserviamo nei momenti in cui, la possibilità di interiorizzare un oggetto buono, capace di comprendere, si collega ad attacchi crudeli ed invidiosi per poterlo espellere, portando a vissuti persecutori nei confronti dell'oggetto così distrutto ed espulso. Questi movimenti inconsci sono spesso difficili da individuare, perchè mettono lo psicoterapeuta, lo psicoanalista, a contatto con i propri vissuti primari difficili da avvicinare, che possiamo tendere ad insinuare nell'altro, prima di riconoscerli in noi stessi. Un buon percorso personale dovrebbe permetterci di riconoscere la violenza delle nostre identificazioni proiettive, soprattutto quando invade un altro che assume così il ruolo di rappresentante di tutta la distruttività. Rimaniamo attenti al nostro mondo interno e, quando l'invidia o la distruttività appaiono fuori controllo, affidiamoci ad un occhio terzo che possa permetterci di ristabilire i confini tra il dentro e il fuori. Non sempre siamo così coraggiosi. Senza uno sguardo esterno, ci troveremo tristemente a proseguire imbrigliati nelle strette e ambigue maglie di identificazioni proiettve incrociate, mai sciolte e mai osservate da vicino.

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Salzberger-Wittenberg I. Sulla fine e sull’inizio (Traduzione italiana: Experiencing Endings and Beginnings) Roma: Astrolabio- Ubaldini Editore, 2015. Pagine 198.

Dopo aver lavorato tutta la vita con bambini e adolescenti presso la Tavistock Clinic di Londra, Isca Salzberger-Wittenberg scrive a quasi novanta anni questo testo illuminante sulle esperienze di fine e inizio, non solo in psicoterapia, ma nel corso della vita di ognuno. Un’impresa ambiziosa, che tuttavia riesce ad arrivare al lettore con semplicità e con tutta l’evidenza dell’esperienza diretta. La Wittenberg, psicoterapeuta psicoanalitica di bambini, adolescenti e adulti, ha lavorato alla Tavistock  Clinic e ne è stata per dieci anni la vicepresidente. Senior tutor nel training clinico per psicoterapeuti infantili, ha cinquant’anni di esperienza di insegnamento nei seminari di Infant Observation. E’ stata professore a contratto presso l’Università di Torino e di Klagenfurt ed è membro onorario della Tavistock Clinic. Ha pubblicato libri, articoli e studi in riviste specializzate; il presente lavoro, Experiencing Endings and Beginnings (traduzione italiana: sulla fine e sull’inizio, Astrolabio, 2015), è il suo terzo libro. Con taglio e scrittura sorprendentemente accessibili per il lettore, l’Autrice inizia una disamina a partire dalle esperienze che facciamo all’inizio della vita. Ciò che viene sottolineato, è l’importanza che esse rivestono nell’influenzare il modo in cui entriamo in relazione con gli altri e reagiamo alle situazioni della vita. Neville Symington, nelle toccanti parole della prefazione afferma : “ Il bambino, fin dal primissimo anno, anzi fin dal grembo materno, si protende oltre la madre, verso il mondo intero”. E’ questo primario interesse da parte del bambino ad andare verso la madre, questo senso di stupore e di meraviglia di fronte alla bontà di questa madre che lo nutre e lo fa sentire bene e amato, come afferma a più riprese l’autrice, che testimonia come vi sia una capacità di meravigliarsi fin dall’inizio. Il primo e fondamentale elemento di stupore è l’esistenza stessa. Ma la nascita non è soltanto un inizio, ma anche una fine. E’ la fine della vita all’interno del corpo materno e l’inizio di un’esistenza separata nel mondo esterno, con ogni probabilità è il cambiamento più drammatico che subiamo.  Le  prime separazioni ci conducono, fin dall’inizio della vita e per tutta la vita stessa, al desiderio di trovare nuovi modi di entrare in relazione. L’Autrice apre considerazioni sul  periodo dello svezzamento, momento durante il quale si verifica la prima importante perdita per il bambino ma anche per la madre: quella determinata dall’intima relazione di allattamento al seno. Lo svezzamento rappresenta una fase cruciale dello sviluppo, che mette alla prova, come ogni perdita successiva, la capacità di conservare la speranza, l’amore e la gratitudine, nonostante la frustrazione e il dolore emotivo. La Wittenberg prosegue, poi, sollevando la questione di cosa renda possibile ad un bambino affrontare la separazione, in particolare nel momento dell’ingresso all’asilo. Ci si interroga anche sul modo in cui possano essere affrontate le esperienze di inizio e di fine nella scuola sottolineando che, se il bambino può conservare una buona esperienza passata internamente, nonostante la perdita esterna, egli potrà permettersi di entrare in una nuova fase di vita con maggiore fiducia. L'ingresso nell'università  rappresenta un momento di snodo importante, che se da un lato è contraddistinto da eccitazione per la nuova esperienza, dall'altro è connotato da profondi cambiamenti nello stile di vita  e  relativi sentimenti di insicurezza. Altrettanto significativo, l'ingresso nel mondo del lavoro, che per molti può significare trovarsi di fronte ad una realtà deludente. Una particolare attenzione verrà dedicata  all'esperienza del matrimonio,  in tutte le sue implicazioni, sia dal punto di vista interno che della realtà esterna. Si sottolineerà come il rapporto con i propri genitori cambi profondamente in questa fase e come quanto più i genitori sono disposti a lasciar andare i figli, tanto più è probabile che questi vogliano rimanere in contatto con loro, anche se su una base diversa, più adulta. Che cosa accade nel momento in cui si desidera un figlio e si diventa  a propria volta genitori? Cosa comporta per entrambi i partner, sentire di desiderare un figlio e non riuscire ad averlo? In che modo il diventare genitori modifica profondamente e durevolmente le specifiche personalità di entrambi e la coppia nel suo insieme ? Questi ed altri interrogativi vengono esplorati in modo affascinante in questa sezione del libro. Proseguendo la riflessione, percorriamo l’esperienza fondamentale del lutto all’interno della nostra vita, dove alla perdita esterna si affianca una condizione interna di percezione di un vuoto, poiché una parte essenziale di sé se ne è andata, lasciando una mancanza incolmabile. L’autrice esprime poi delle considerazioni sul dolore che molti provano per le perdite connesse al pensionamento, momento pericoloso per coloro che hanno utilizzato il lavoro, nel corso della propria vita, come difesa contro il disagio interiore. Una parte considerevole, a conclusione del lavoro, è dedicata alle implicazioni emotive profonde connesse all’arrivare ad un’età avanzata ed al dover fronteggiare la fine della vita.  Che cosa rende possibile accettare la transitorietà della vita, tollerare le perdite crescenti, fronteggiare la perdita della propria vita e tuttavia continuare a crescere, a migliorare, o almeno mantenere, la propria forza emotiva e spirituale? A partire da questi presupposti - corredata da una esposizione di casi clinici desunti dalla sua lunga esperienza di psicoanalista – l’esplorazione della Salzberger Wittenberg opera ad ampio raggio, spaziando tra le diverse esperienze di fine e di inizio di una nuova condizione di vita, fino ad arrivare alla fine di tutte le fini – quella della nostra vita. Così la Salzberger Wittenberg  riassume la genesi e gli intenti di questo libro:

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Betty Joseph (1988), L'identificazione proiettiva: alcuni aspetti clinici. In E.B. Spillius, Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi, Astrolabio

Il concetto di identificazione proiettiva è centrale nella teoria, nella clinica e nel pensare secondo una matrice psicoanalitica.  Freud, nel 1921 in "Psicologia delle masse ed analisi dell'Io" specificava che l’identificazione è una forma originaria e primitiva di legame emotivo e descriveva le forme dell’identificazione primaria, basata sull’acquisizione delle caratteristiche dell’oggetto amato, attraverso un processo di introiezione. Il concetto di identificazione proiettiva, pur essendo già apparso nel panorama psicoanalitico, ad esempio con Weiss nel 1925, venne pienamente descritto da M. Klein nel 1946 n “Note su alcuni meccanismi schizoidi”. L' Autrice descrive una particolare fantasia attraverso cui il neonato, per difendersi dall'angoscia, scinde e proietta parti di se stesso intollerabili nell'altro, nella madre, con l'obiettivo di prenderne possesso e controllarla. L'uso eccessivo di tale meccanismo fa emergere angosce paranoidi, in quanto gli oggetti contenenti parti scisse e cattive del soggetto diventano persecutori, oltre a un senso di svuotamento e indebolimento dell'Io. Bion sarà il primo autore ad introdurre, oltre all'identificazione proiettiva patologia con funzione evacuativa, descritta da M. Klein, un'identificazione proiettiva evolutiva e comunicativa. Si tratta di una fondamentale modalità di comunicazione non verbale, attraverso la quale il neonato riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni non ancora nominabili ad un oggetto recettivo. Il ruolo che tale oggetto ha nell'accoglierla,  iceverla e trasformarla diventa centrale nella nascita del pensiero. Attraverso il concetto di reverie, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie dentro di se, attraverso l'identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti ed inelaborabili, e glieli restituisce lavorati, digeriti, arricchiti di senso. Betty Joseph, in questo interessante lavoro, sottolinea gli aspetti comunicativi dell'identificazione proiettiva e, attraverso passaggi clinici molto significativi, mette in evidenza la possibilità che l'identificazione proiettiva serva al paziente per mantenere il proprio equilibrio psichico di stampo patologico. Ma, quando l'analista è in g ado di fornire un adeguato contenimento nel lavoro clinico, diminuendo il ricorso a questa modalità di controllo dell'angoscia, possono aprirsi rilevanti cambiamenti psichici. Nel lavoro psicoanalitico è centrale riconoscere tale modalità comunicativa del paziente e, nel tempo del lavoro, essere in grado di elaborarla e restituirla attraverso interpretazioni di transfert. Anche nelle istituzioni psicoanalitiche possiamo trovarci di fronte ad un gruppo che lavora sulla base di comunicazioni primitive centrate sull'identificazione proiettiva. Teniamoci lontani da tali situazioni, che non permettono il riconoscimento dell'altro, dell'alterità, ma solo la pretesa di essere come l'altro impone, con la finalità inconscia di controllarci. Nelle istituzioni che frequentiamo è fondamentale sentirci liberi di essere noi stessi, di parlare e di portare il nostro contributo. Quando ciò non avviene e veniamo vissuti come persecutori e distruttori di un ambiente all'apparenza funzionante secondo un gioco incrociato di identificazioni proiettive, non possiamo far altro che allontanarci. Tra colleghi nessuno deve svolgere una funzione di reverie verso gli altri, ma dobbiamo trovarci tutti ad un livello paritario e non confuso. Se ci accorgiamo che ci troviamo in una situazione del genere, chiediamo aiuto ad un occhio terzo e, ove non è possibile, spostiamoci verso situazioni più evolute.

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Eric Brenman (1988), Crudeltà e ristrettezza mentale. In E.B. Spillius, Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi, Astrolabio

Un breve scritto molto intenso e significativo, in cui i rimandi alla clinica presentata permettono di comprendere meglio gli aspetti teorici. Il processo che porta a vedere l'altro come una persona separata che prova gioia, dolore, ed è capace di essere creativo e di offrirci qualcosa di buono è, nei casi di crudeltà di cui parla l'autore, estromesso malvagiamente dalla percezione. Il risultato è una mente ristretta. Il restringimento della percezione riduce la raffigurazione mentale dell'oggetto totale, impedendo così l'accesso alla consapevolezza dell'amore e del senso di colpa. Quindi, l'oggetto deve essere ideale, l'analista, come anche il paziente; in queste situazioni viene introiettato un Super-Io sadico e vendicativo. Un ambiente sfavorevole, come quello delle prime cure oppure quello  che si crea nell'analisi oppure nelle istituzione psicoanalitiche, può sostenere il delirio di onnipotenza, fornendo la crudeltà onnipotente come l'unico modello per l'identificazione: se tale modello viene respinto, non è possibile rimanere nella relazione. Il ruolo di un analista adeguato, di fronte a questa situazione, è aiutare il paziente ad ampliare la sua percezione contro i continui e sistematici attacchi volti a mantenere ristrette sia la propria mente sia quella dell'analista e di fornire il giusto ambiente con un'analisi accurata. La maggiore comprensione dell'analista deve essere contrapposta alla ristrettezza mentale, in quanto strumento che può modificare la crudeltà e permettere alla bontà di intervenire, alla forza di affrontare l'odio, alla capacità di riparare di affrontare la distruzione. E' così possibile offrire una casa a nuove esperienze relazionali positive, cioè permettere agli aspetti buoni della casa originaria di essere rimessi in casa, cioè nella mente del paziente. Una madre interna esiliata può così ritornare ad essere ammessa in casa, di nuovo alleata della bontà, nel compito di mitigare la crudeltà. Questo saggio, anche attraverso materiale clinico, esamina come operano i processi che portano ad un significativo ristringimento mentale e il modo in cui, in virtù della proiezione, le interpretazioni dell'analista siano percepite come crudeli e il paziente faccia in modo di restare chiuso in quetso circolo vizioso. Nelle istituzioni psicoanalitiche queste dinamiche possono presentarsi molto frequentemente, spesso inglobando gruppi che portano una logica ristretta, incapaci di vedere oltre la propria onnipotenza e le proprie aree cieche che non sono state sufficientemente analizzate e che tornano in primo piano nel corso del ta sempre aperto un dialogo tra le generazioni, proprio per evitare che la chiusura di gruppi di potere, soprattutto analisti che si avviano alla conclusione della loro carriera, prenda il sopravvento sulla trasmissione del sapere nel corso del tempo. Si perde di vista, così, il benessere di un'istituzione, a scapito di brevi ed effimeri spazi di illusorio potere, che non rappresentano mai occasioni formative utili, ma esercizi di dominio che non accrescono la conoscenza nè di chi inizia a formarsi, nè di chi ha già esperienza in campo clinico.

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Sigmund Freud (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, Opere, Bollati Boringheri

Una lettura quanto mai attuale, che comprende al suo interno due saggi strettamente connessi tra loro: “La delusione della guerra” e “Il nostro modo di considerare la morte”, scritti tra marzo e aprile del 1915. Leggiamo nelle parole di Freud temi centrali per l’individuo, la società, i gruppi umani. La delusione per l’incapacità dell’essere umano di limitare i propri impulsi aggressivi, distruttivi e brutali, fino ad arrivare agli orrori di ieri e di oggi. Emerge l’illusione di una civiltà o di una mente in grado di contenere tutto questo. Quanto sarebbe importante essere in grado di riconoscere i nostri impulsi inconsci verso la distruzione dell’altro e governarli. Senza trovarci ciclicamente dentro conflitti violenti, che ci mostrano la nostra distruttività dipinta sull’esterno, in contesti che ci illudiamo di non abitare. Non possiamo non fare i conti con l’umana natura ambivalente e con il tentativo di rimozione della morte, che ci fa permanere in un’onnipotente ed effimera vittoria gli uni sopraffacendo gli altri. Si vis vitam, para morte, se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte. La sopraffazione e la violenza delle guerre, dei contesti relazionali, ci avvicina con terrore alle considerazioni di Freud. Distruggere un altro per non entrare in conflitto con l’angoscia della conclusione e dell’umana mortalità. La psicoanalisi dovrebbe insegnarci a tollerare i limiti, a lasciare spazio ad altro che non siamo noi stessi, a moderare l’umana onnipotenza, a riconoscere la violenza fuori, ma soprattutto dentro di noi, nelle sue varie forme di espressione. E’ semplice ed immediato biasimare la guerra, le crudeltà esplicite che possiamo avere di fronte. Molto più complesso e coraggioso è prendere contatto con la nostra distruttività interna, che può prendere forme più subdole e con le quali non vogliamo entrare in contatto. In molti gruppi umani osserviamo dinamiche volte al mantenimento del potere, delle posizioni, a scapito del progresso del gruppo stesso. Anche nelle istituzioni psicoanalitiche la distruttività può essere così ben celata, da permearne, sotterraneamente, ruoli e funzioni. E’ complesso accettare i cambiamenti generazionali, l’arrivo di nuovi spazi di pensiero, che irrompono con violenza all’interno di gruppi che non sono pronti a contenerli e ad utilizzarli per la loro crescita. Troppo spesso, si ha paura di lasciare spazio e si rimane ancorati e saldi a dinamiche perverse, per non incontrare l’angoscia della propria morte. Non saremo eterni. E lasciare spazio a qualcuno che è altro da noi è qualcosa che ci lascia sguarniti di quell’onnipotenza che è stata, per lungo tempo, la nostra unica coperta. Dovremmo imparare meglio a distinguere la distruttività interna, lo spazio dell’altro, i limiti e i confini, permettendo a chi è nel pieno delle sue forze vitali di farci sentire sia che la nostra morte si avvicina, sia che possiamo trasmettere qualcosa che rimarrà . Nella guerra, nella distruzione, è solo illusoria la vittoria. Nulla resta, tutto viene spazzato via, i vincitori e i vinti, rotti e distrutti nelle loro potenzialità trasformative, lasciano un campo che non potrà più germogliare. Peccato soccombere a tutta questa distruttività. Triste è vedere chi dovrebbe essere in grado di contenere tale impulso distruttivo, per esperienza, per età, per vissuti personali, accecato dall’onnipotenza e dall’incapacità di riparare ciò che, magari maldestramente, si è trovato ad annientare.

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Simona Argentieri (2019), Riflessioni teorico-cliniche sulla rottura come difesa e sulle difese contro le rotture, Psicoanalisi

In questo interessante lavoro teorico-clinico, l'autrice si interroga sul significato psichico della rottura: rottura inevitabile, necessaria ai passaggi, alla crescita? rottura evitata  ad ogni costo per non sentire l'angoscia? rottura di nessi come operazione difensiva? Domande così significative che nessun clinico può evitarne la portata. Nel lavoro come psicoanalisti spesso incontriamo rotture: nella clinica, nella formazione, nel rapporto con i colleghi. Quali spazi di pensabilità? Molti maestri ci parlano di concetti che possono aiutarci a far luce su quest'area fondamentale, come l'angoscia di perdita o di integrazione, per pensare ad Eugenio Gaddini, la concettualizzazione di manovre difensive, Phyllis Greenacre, la non integrazione come difesa di Josè Belger, ancora Madaleine Baranger con il concetto di malafede. Autori che non possiamo non rileggere. Le rotture attraversano la vita umana, in ogni età e in ogni fase. La psicoanalisi ci ha trasmesso l'importanza di non fermarci ad una sterile apparenza, ma di permetterci di attraversare il conflitto intrapsichico che alberga dentro di noi. Ogni rottura contiene in se molti vertici diversi, come il desiderio di allontanarci, l'illusione di bastare a noi stessi, il timore di abbandonare, l'angoscia di andare avanti, il pericolo di avventurarci da soli. Per non sentire tutta la portata del conflitto, possiamo, come difesa, tagliare tutti i nessi, rompere la pensabilità di queste situazioni, per veleggiare fintamente tranquilli verso altri lidi, apparentemente nuovi e privi di contrasti. Il nostro essere psicoanalisti dovrebbe permetterci di sostare nel conflitto, nell'ambivalenza interna, che non permette alla rottura di saldarsi con fili invisibili. Resta la riparazione, il lento e faticoso rammendo di una tessitura interna ed esterna, che riavvicina quei nessi che potevano essersi spezzati. Saremo capaci di attraversare questi territori pieni di nebbia e di dolore? e saremo così coraggiosi da allontanarci dai luoghi dove il conflitto non può essere pensato e parlato?

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La mia supervisione con André Green di Daniela Avakian (Richard e Piggle, 22, 1, 2014)

Un articolo interessante, da leggere. Ci aiuta a pensare al ruolo della supervisione nel training psicoanalitico. L'importanza di mantenere il rigore del setting, ma anche il lavoro sulla capacità di sostare in aree di pensabilità. L'autrice cita l'interessante testo di Green del 2010 "Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico", tradotto da Raffaello Cortina, dal quale possiamo trarre molti interessanti concetti teorico-clinici. Come scegliere i supervisori nel nostro percorso? come possiamo  trovare dei maestri, rispettosi e rigorosi? non è facile pensare a quesi temi, spinti anche da correnti affettive sotterranee, da desideri di essere apprezzati e riconosciuti. Il rapporto maestro/allievo può ricalcare diverse dinamiche inconsce della relazione genitore/figlio. Pensiamoci, non allontaniamoci da questa complessità e permettiamoci di trovare rapporti autenticamente asimmetrici, ma rispettosi del nostro modo di essere e di sentire. Non cadiamo nell'inganno della complicità, dell'affiliazione, dell'ammirazione, che può nascondere aree narcisistiche che non ci aiutano nel vero incontro con noi stessi e i nostri pazienti.

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