Supervisione 13 giugno 2026
Report incontro di supervisione clinica - 13 giugno 2026
15 giu 2026 19:01
Report incontro di supervisione clinica - 13 giugno 2026
5 giu 2026 08:50
Dialoghi di Psicoanalisi
27 mag 2026 14:32
Resoconto corso di clinica psicoanalitica- 23/05/2026
18 mag 2026 19:22
Report della supervisione del 15 maggio 2026
11 mag 2026 08:53
Report di supervisione clinica – Spazi intermedi
13 apr 2026 13:36
L’incontro dell’11 aprile è stato dedicato ad un primo momento di supervisione clinica, seguito dalla condivisione di materiale teorico, inerente ai temi emersi. La Dr.ssa Paola Grande ha condiviso un interessante caso clinico, che ha suscitato numerosi interrogativi riguardanti la pratica analitica: come modulare le comunicazioni del terapeuta? Quanto dire e in quale momento? Qual è il limite tra restituzione e silenzio? Attraverso la lettura del caso, è stato possibile notare come la paziente presenti una marcata tendenza a riempire lo spazio della stanza di terapia con le sue parole, riportando argomenti attorno a temi disparati e rendendo difficile orientarsi tra le tante possibilità di interpretazione. Il gruppo ha, dunque, riflettuto sulla punteggiatura dell’incontro analitico come alternanza tra pieni e vuoti, tra momenti di parola e spazi di sospensione. In questa prospettiva, è emersa l’importanza di tollerare aree di non significazione, astenendosi dall’interpretare immediatamente il materiale portato dalla paziente. Tale sospensione consente un lavoro di differenziazione e progressiva ricucitura dei temi emersi, favorendo la costruzione di una forma di pensabilità condivisa. È stato inoltre affrontato il tema della conclusione della seduta e del valore strutturante del setting analitico. In particolare, ci si è interrogati sulla tollerabilità della conclusione di sedute particolarmente dolorose e sulla possibilità che il lavoro analitico continui nello spazio dell’attesa. Questa riflessione permette di considerare la separatezza non come una frattura, ma come un momento potenzialmente sintonico all’interno del legame terapeutico, nella misura in cui il dolore che le si accompagna è pensabile: una sofferenza addomesticata. A partire da queste riflessioni, è emerso con particolare forza anche il tema della riparazione, nella sua complessità e nei suoi limiti. Nel caso presentato, la paziente sembra confrontarsi con un oggetto interno fragile, la cui vulnerabilità rende difficilmente pensabile qualsiasi movimento aggressivo ad esso rivolto: l’oggetto, nella fantasia, non sarebbe in grado di sopravvivere all’attacco. Questo rende la rabbia un affetto non pensabile, che si accompagna ad intensi vissuti di colpa e vergogna. Al tempo stesso, la vicinanza all’oggetto fragile è anch’essa troppo dolorosa da sostenere: ne deriva una condizione di impasse, in cui il movimento di separazione è ostacolato e il rapporto con l’oggetto mantiene caratteristiche di tipo fusionale. Sembra che nella paziente ci sia, allora, qualcosa di irreparabile e irrimediabilmente perduto. È importante, dunque, che il terapeuta possa sostare insieme alla paziente all’interno di questa fragilità, tollerando insieme la precarietà del contenitore. Offrirsi al paziente come un contenitore eccessivamente accogliente e stabile, potrebbe, infatti, precludere il contatto con la parte fragile e interferire con il lavoro di riparazione
17 mar 2026 16:36
Sabato 14 marzo si è svolto il terzo incontro del Corso di Clinica Psicoanalitica presso la sede dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva. L’incontro si è articolato in un seminario mattutino condotto dalla Dottoressa Simona Di Segni e uno pomeridiano condotto dalla Professoressa Silvia Cimino. La mattinata è stata dedicata al tema delle difese primitive e di come queste si sviluppino a partire fin dalla nascita, citando i lavori fondamentali di Phyllis Greenacre ed Eugenio Gaddini. È stato sottolineato come Greenacre illustri come lo sviluppo delle funzioni difensive dell’organismo umano proceda in modo ontogenetico durante lo sviluppo dell’individuo, dalle reazioni precoci puramente fisiche (dirette o riflesse), che operano contro l’ambiente, a reazioni psicofisiche più complesse. D’altra parte, Gaddini espone come il neonato, nel passaggio traumatico dalla vita intrauterina alla vita extrauterina, perda lo stato di contatto continuo con la parte intrauterina. Subito dopo la nascita il neonato ricerca quindi quel tipo di contatto attraverso il seno materno, nel contatto con la madre, con la copertina o con le pareti del lettino, nel tentativo di ristabilire quel limite di sé che è venuto a mancare. Successivamente è stato affrontato il tema delle sindromi psicofisiche precoci, oggetto di studio e di riflessione di Eugenio Gaddini, le quali nascono come tentativo di ristabilire il contatto con la madre e per ricreare quella continuità originaria. In particolare, il mericismo, o ruminazione, definito come l’azione di riportare in modo attivo alla bocca il cibo precedentemente ingerito dal neonato, è un meccanismo autarchico osservato nei neonati che, precocemente, entro il secondo mese di vita, vengono a perdere improvvisamente il contatto con il seno materno, andando incontro ad un distacco violento e drammatico. Si è discusso quindi di come la ruminazione permetta al neonato di creare la fantasia illusoria di potersi “nutrire da solo” e di riattivare, in un momento in cui sente una forte tensione, la sensazione corporea del nutrimento e del rapporto con la madre. Si crea così la pericolosa illusione di onnipotenza del neonato di potersi nutrire riattivando questa memoria corporea, diventando un pattern stabilito che è difficile riportare allo stato precedente. A partire da queste premesse, sono stati presentati due casi clinici. Il primo caso, tratto da un articolo di David Rosenfeld, riguardava un giovane di circa venti anni che manifestava convinzioni deliranti relative al proprio corpo. Questo caso è stato discusso nel contesto delle manifestazioni somatiche dei conflitti psichici primitivi e della relazione tra lutto, perdita materna e rappresentazioni corporee. Durante la discussione è stato evidenziato il ruolo del corpo come luogo di espressione dei conflitti psichici e come la proiezione di questi sui propri organi o tessuti corporei possa essere letta come un tentativo di contenere e dare forma a emozioni primitive. Attraverso l’allucinazione corporea del giovane, il contatto con la madre defunta veniva simbolicamente ristabilito. Il secondo caso presentato ha riguardato un’adolescente con una storia familiare complessa e separazioni precoci. È stato discusso come, in situazioni di trauma e confusione identitaria, le persone significative possano essere percepite come investite dalle proiezioni interne del soggetto, con una metonimia parte-per-il-tutto tipica dei processi psicotici. Questo meccanismo porta a una confusione tra parti e oggetti totali, in cui caratteristiche isolate vengono immediatamente generalizzate all’intera persona, simile a quanto osservato nella sindrome di Capgras, ma ribaltato: l’impostore non è l’altro, ma la figura diventa tale quando non si riconosce come familiare o oggetto interno. Il gruppo ha riflettuto sul ruolo dell’identificazione proiettiva primaria, osservata come modalità di gestione di angosce intense. Tale meccanismo consente di proiettare parti del proprio mondo interno negli altri, al fine di contenerle e regolare l’angoscia di invasione e perdita dei confini tra sé e l’oggetto.
11 mar 2026 18:00
Domanda- Dott.ssa Francesca Salimei: Ad oggi si parla spesso di adolescenti "fragili", secondo lei gli adolescenti di oggi sono davvero più fragili di quelli delle generazioni precedenti, oppure è cambiato il modo in cui la loro sofferenza si manifesta e viene letta dagli adulti? In che cosa, secondo lei, l’adolescenza di oggi si differenzia da quella di un tempo?
11 mar 2026 17:46
Domanda - dott.ssa Giorgia Acchioni Oggi si parla molto delle trasformazioni della clinica e dei servizi. Dal Suo punto di vista, che cosa significa fare psicoanalisi infantile oggi e quali cambiamenti ha osservato, nel tempo, nel modo di pensare e curare la sofferenza infantile?
11 mar 2026 17:17
Un testo che non possiamo non conoscere. John Steiner, autore originale di grande profondità clinica, con l’evocativo termine “rifugi della mente”, si riferisce a luoghi mentali in cui l’essere umano può nascondersi e ritirarsi per allontanarsi da una realtà troppo angosciante per essere tollerata. In questi luoghi predomina l’onnipotenza e, in fantasia, può essere possibile qualsiasi cosa. I rifugi mentali, se utilizzati in modo coatto, allontanano il paziente dalla realtà e dalla relazione con l’altro. Durante un trattamento psicoanalitico, spesso il paziente interrompe bruscamente il contatto con l’analista per chiudersi in un mondo inaccessibile che può, però, diventare una prigione inespugnabile, che impoverisce drammaticamente l’Io. L’autore mette in luce specifiche situazioni in cui, anche se appare chiaro all’analista che il ritiro permette di evitare l’angoscia, il paziente sembra offrire una falsa collaborazione e l’analista è spinto ad interagire in modi che potrebbero essere superficiali, disonesti o perversi. Può accadere che il paziente si barrichi dietro un sistema difensivo molto rigido, un’armatura protettiva inconsapevole che lo intrappola in un nascondiglio da cui l’analista sembra tagliato fuori, trovandosi così anche lui ad essere complice degli elementi tirannici di questa organizzazione. Pensiamo ad un’analista che, nel tentativo di raggiungere il paziente e di rimanere per lui un oggetto idealizzato, soccorre, anche concretamente, il proprio paziente, offrendo, ad esempio, una dilazione nel pagamento delle sedute, incastrando così il paziente in un rifugio anche esterno, in cui non sarà possibile sciogliere la dipendenza, se non dopo molti anni dalla fine di un percorso che deve ancora essere concluso dal punto di vista economico. Cosa sta avvenendo? L’analista, nella falsa speranza di costituirsi come un nuovo oggetto in grado di andare incontro ai bisogni del paziente, diventerà il carceriere inconsapevole di un nuovo rifugio, che non fa che ricalcare l’organizzazione difensiva interna al paziente, senza accorgersi che l’analisi stessa è diventata il rifugio. Così, evitare il contatto reale con l’analista diventa un evitare il contatto con la realtà, con le inevitabili perdite, con l’onnipotenza, con il tempo che scorre. Il cambiamento diventa una minaccia inaccettabile. Un “buon” analista, che si doti di una “buona” supervisione, può provare a chiarire dentro di se che ciò che avviene nel “qui ed ora” della seduta: oggetti interni, derivanti da esperienze reali o nati dalla fantasia inconscia del paziente, sono utilizzati con scopi difensivi specifici, che permettono al paziente di legare elementi distruttivi della sua personalità. Il progetto del paziente, di difendersi dall’angoscia, lo porta a sottostare ad un’organizzazione interna distruttivamente perversa, mantenuta unita con mezzi violenti. Quando tale organizzazione, invece che essere avvicinata, si insinua nella mente dell’analista e guida il suo lavoro, la relazione analitica si colora di aspetti perversi, dove l’aiuto è mascherato da bisogni narcisistici mai avvicinati. Per il paziente il riappropriarsi di parti di se così distruttive può diventare insopportabile e si rischia di individuare tale distruttività all’esterno, nei singoli o nei gruppi. Può accadere che si creino dinamiche di scissione nei gruppi umani tra posizioni opposte, molto polarizzate, i buoni e i cattivi. Osserviamo bene, pensiamo con l’aiuto della mente di altri colleghi, perché potremo trovarci di fronte ad un’organizzazione onnipotente, che ci lascia senza scampo. Ma se possiamo nominare il terrore del contatto con l’altro, che può avvicinarci, sostenerci, superarci, possiamo finalmente aprire una strada di pensabilità. L’insegnamento della psicoanalisi dovrebbe aiutarci nel fermare l’inevitabile ripetizione che questi angusti luoghi della mente portano, impedendo il passaggio verso una posizione depressiva, verso la consapevolezza della propria finitezza. Auguriamoci, grazie ai maestri che ci siamo scelti, di essere in grado di aprire spazi verso la possibilità di essere generosi, di riparare il nostro interno e quello dei nostri pazienti, investendo il mondo della realtà.
11 mar 2026 17:14
Un articolo fondamentale, che è sempre utile ed interessante rileggere. Bion, attraverso riflessioni teoriche ed esempi clinici, approfondisce gli attacchi distruttivi che il paziente porta avanti contro qualsasi cosa che percepisca come un legame tra oggetti. Tale distruttività ha origine da attacchi distruttivi verso esperienze primitive di legame. Attraverso il meccanismo dell'identificazione proiettiva, la mente può disporre di frammenti dell'Io, che si sono originati a causa della propria distruttività. Si insatura così, nel mondo interno, un oggetto distruttivo che non permette di avvicinarsi alla complessità dell'emozione, necessaria per l'accesso alla posizione depressiva. I legami, quindi, che sopravvivono agli attacchi, hanno al loro interno un caratterere persecutorio, perverso, talvolta sterile. Interessante trovare in questo scritto sia un accenno alla predisposizione individuale all'aggressività, all'odio e all'invidia, ma anche il ruolo dell'ambiente, nel modulare e nel bonificare tali aspetti primari del sentire umano. In questo contributo, Bion afferma: "una madre comprensiva è in grado di sperimentare l'angoscia che il figlio tenta di introdurre in lei atttraverso l'identificazione proiettiva e di mantenere, ciò nonostante, un sufficiente equilibrio". Se pensiamo al lavoro clinico, spesso ci troviamo di fronte a numersi attaccchi al legame che il paziente porta nel transfert e che osserviamo nei momenti in cui, la possibilità di interiorizzare un oggetto buono, capace di comprendere, si collega ad attacchi crudeli ed invidiosi per poterlo espellere, portando a vissuti persecutori nei confronti dell'oggetto così distrutto ed espulso. Questi movimenti inconsci sono spesso difficili da individuare, perchè mettono lo psicoterapeuta, lo psicoanalista, a contatto con i propri vissuti primari difficili da avvicinare, che possiamo tendere ad insinuare nell'altro, prima di riconoscerli in noi stessi. Un buon percorso personale dovrebbe permetterci di riconoscere la violenza delle nostre identificazioni proiettive, soprattutto quando invade un altro che assume così il ruolo di rappresentante di tutta la distruttività. Rimaniamo attenti al nostro mondo interno e, quando l'invidia o la distruttività appaiono fuori controllo, affidiamoci ad un occhio terzo che possa permetterci di ristabilire i confini tra il dentro e il fuori. Non sempre siamo così coraggiosi. Senza uno sguardo esterno, ci troveremo tristemente a proseguire imbrigliati nelle strette e ambigue maglie di identificazioni proiettve incrociate, mai sciolte e mai osservate da vicino.
11 mar 2026 16:50
Dopo aver lavorato tutta la vita con bambini e adolescenti presso la Tavistock Clinic di Londra, Isca Salzberger-Wittenberg scrive a quasi novanta anni questo testo illuminante sulle esperienze di fine e inizio, non solo in psicoterapia, ma nel corso della vita di ognuno. Un’impresa ambiziosa, che tuttavia riesce ad arrivare al lettore con semplicità e con tutta l’evidenza dell’esperienza diretta. La Wittenberg, psicoterapeuta psicoanalitica di bambini, adolescenti e adulti, ha lavorato alla Tavistock Clinic e ne è stata per dieci anni la vicepresidente. Senior tutor nel training clinico per psicoterapeuti infantili, ha cinquant’anni di esperienza di insegnamento nei seminari di Infant Observation. E’ stata professore a contratto presso l’Università di Torino e di Klagenfurt ed è membro onorario della Tavistock Clinic. Ha pubblicato libri, articoli e studi in riviste specializzate; il presente lavoro, Experiencing Endings and Beginnings (traduzione italiana: sulla fine e sull’inizio, Astrolabio, 2015), è il suo terzo libro. Con taglio e scrittura sorprendentemente accessibili per il lettore, l’Autrice inizia una disamina a partire dalle esperienze che facciamo all’inizio della vita. Ciò che viene sottolineato, è l’importanza che esse rivestono nell’influenzare il modo in cui entriamo in relazione con gli altri e reagiamo alle situazioni della vita. Neville Symington, nelle toccanti parole della prefazione afferma : “ Il bambino, fin dal primissimo anno, anzi fin dal grembo materno, si protende oltre la madre, verso il mondo intero”. E’ questo primario interesse da parte del bambino ad andare verso la madre, questo senso di stupore e di meraviglia di fronte alla bontà di questa madre che lo nutre e lo fa sentire bene e amato, come afferma a più riprese l’autrice, che testimonia come vi sia una capacità di meravigliarsi fin dall’inizio. Il primo e fondamentale elemento di stupore è l’esistenza stessa. Ma la nascita non è soltanto un inizio, ma anche una fine. E’ la fine della vita all’interno del corpo materno e l’inizio di un’esistenza separata nel mondo esterno, con ogni probabilità è il cambiamento più drammatico che subiamo. Le prime separazioni ci conducono, fin dall’inizio della vita e per tutta la vita stessa, al desiderio di trovare nuovi modi di entrare in relazione. L’Autrice apre considerazioni sul periodo dello svezzamento, momento durante il quale si verifica la prima importante perdita per il bambino ma anche per la madre: quella determinata dall’intima relazione di allattamento al seno. Lo svezzamento rappresenta una fase cruciale dello sviluppo, che mette alla prova, come ogni perdita successiva, la capacità di conservare la speranza, l’amore e la gratitudine, nonostante la frustrazione e il dolore emotivo. La Wittenberg prosegue, poi, sollevando la questione di cosa renda possibile ad un bambino affrontare la separazione, in particolare nel momento dell’ingresso all’asilo. Ci si interroga anche sul modo in cui possano essere affrontate le esperienze di inizio e di fine nella scuola sottolineando che, se il bambino può conservare una buona esperienza passata internamente, nonostante la perdita esterna, egli potrà permettersi di entrare in una nuova fase di vita con maggiore fiducia. L'ingresso nell'università rappresenta un momento di snodo importante, che se da un lato è contraddistinto da eccitazione per la nuova esperienza, dall'altro è connotato da profondi cambiamenti nello stile di vita e relativi sentimenti di insicurezza. Altrettanto significativo, l'ingresso nel mondo del lavoro, che per molti può significare trovarsi di fronte ad una realtà deludente. Una particolare attenzione verrà dedicata all'esperienza del matrimonio, in tutte le sue implicazioni, sia dal punto di vista interno che della realtà esterna. Si sottolineerà come il rapporto con i propri genitori cambi profondamente in questa fase e come quanto più i genitori sono disposti a lasciar andare i figli, tanto più è probabile che questi vogliano rimanere in contatto con loro, anche se su una base diversa, più adulta. Che cosa accade nel momento in cui si desidera un figlio e si diventa a propria volta genitori? Cosa comporta per entrambi i partner, sentire di desiderare un figlio e non riuscire ad averlo? In che modo il diventare genitori modifica profondamente e durevolmente le specifiche personalità di entrambi e la coppia nel suo insieme ? Questi ed altri interrogativi vengono esplorati in modo affascinante in questa sezione del libro. Proseguendo la riflessione, percorriamo l’esperienza fondamentale del lutto all’interno della nostra vita, dove alla perdita esterna si affianca una condizione interna di percezione di un vuoto, poiché una parte essenziale di sé se ne è andata, lasciando una mancanza incolmabile. L’autrice esprime poi delle considerazioni sul dolore che molti provano per le perdite connesse al pensionamento, momento pericoloso per coloro che hanno utilizzato il lavoro, nel corso della propria vita, come difesa contro il disagio interiore. Una parte considerevole, a conclusione del lavoro, è dedicata alle implicazioni emotive profonde connesse all’arrivare ad un’età avanzata ed al dover fronteggiare la fine della vita. Che cosa rende possibile accettare la transitorietà della vita, tollerare le perdite crescenti, fronteggiare la perdita della propria vita e tuttavia continuare a crescere, a migliorare, o almeno mantenere, la propria forza emotiva e spirituale? A partire da questi presupposti - corredata da una esposizione di casi clinici desunti dalla sua lunga esperienza di psicoanalista – l’esplorazione della Salzberger Wittenberg opera ad ampio raggio, spaziando tra le diverse esperienze di fine e di inizio di una nuova condizione di vita, fino ad arrivare alla fine di tutte le fini – quella della nostra vita. Così la Salzberger Wittenberg riassume la genesi e gli intenti di questo libro: