Resoconto dell'incontro di Supervisione- 11 aprile 2026
L’incontro dell’11 aprile è stato dedicato ad un primo momento di supervisione clinica, seguito dalla condivisione di materiale teorico, inerente ai temi emersi. La Dr.ssa Paola Grande ha condiviso un interessante caso clinico, che ha suscitato numerosi interrogativi riguardanti la pratica analitica: come modulare le comunicazioni del terapeuta? Quanto dire e in quale momento? Qual è il limite tra restituzione e silenzio? Attraverso la lettura del caso, è stato possibile notare come la paziente presenti una marcata tendenza a riempire lo spazio della stanza di terapia con le sue parole, riportando argomenti attorno a temi disparati e rendendo difficile orientarsi tra le tante possibilità di interpretazione. Il gruppo ha, dunque, riflettuto sulla punteggiatura dell’incontro analitico come alternanza tra pieni e vuoti, tra momenti di parola e spazi di sospensione. In questa prospettiva, è emersa l’importanza di tollerare aree di non significazione, astenendosi dall’interpretare immediatamente il materiale portato dalla paziente. Tale sospensione consente un lavoro di differenziazione e progressiva ricucitura dei temi emersi, favorendo la costruzione di una forma di pensabilità condivisa. È stato inoltre affrontato il tema della conclusione della seduta e del valore strutturante del setting analitico. In particolare, ci si è interrogati sulla tollerabilità della conclusione di sedute particolarmente dolorose e sulla possibilità che il lavoro analitico continui nello spazio dell’attesa. Questa riflessione permette di considerare la separatezza non come una frattura, ma come un momento potenzialmente sintonico all’interno del legame terapeutico, nella misura in cui il dolore che le si accompagna è pensabile: una sofferenza addomesticata. A partire da queste riflessioni, è emerso con particolare forza anche il tema della riparazione, nella sua complessità e nei suoi limiti. Nel caso presentato, la paziente sembra confrontarsi con un oggetto interno fragile, la cui vulnerabilità rende difficilmente pensabile qualsiasi movimento aggressivo ad esso rivolto: l’oggetto, nella fantasia, non sarebbe in grado di sopravvivere all’attacco. Questo rende la rabbia un affetto non pensabile, che si accompagna ad intensi vissuti di colpa e vergogna. Al tempo stesso, la vicinanza all’oggetto fragile è anch’essa troppo dolorosa da sostenere: ne deriva una condizione di impasse, in cui il movimento di separazione è ostacolato e il rapporto con l’oggetto mantiene caratteristiche di tipo fusionale. Sembra che nella paziente ci sia, allora, qualcosa di irreparabile e irrimediabilmente perduto. È importante, dunque, che il terapeuta possa sostare insieme alla paziente all’interno di questa fragilità, tollerando insieme la precarietà del contenitore. Offrirsi al paziente come un contenitore eccessivamente accogliente e stabile, potrebbe, infatti, precludere il contatto con la parte fragile e interferire con il lavoro di riparazione