Il seminario sul lavoro psicoanalitico con i genitori si è svolto presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza, in un’aula gremita di studenti, specializzandi e colleghi. Fin dall’inizio si è respirato un clima vivo, partecipe, attraversato da curiosità e da una forte risonanza emotiva rispetto al tema: l’essere genitori, l’essere figli e l’essere clinici che si collocano in queste trame. La dottoressa Silvia Cimino ha introdotto la giornata presentando le relatrici: la psicoanalista Giovanna Mazzoncini, la dottoressa Jona Kozdine, lei stessa e infine la psicoanalista Alba Rizzo, ognuna portatrice di un punto di vista clinico e umano sul lavoro psicoanalitico con i genitori nelle diverse fasi dello sviluppo: dall’infanzia all’adolescenza. Come sfondo visivo del seminario, è stato scelto il quadro di Giorgio De Chirico, La famiglia (1929): figure senza volto, manichini immobili e muti, che evocano solitudine, spaesamento, una dimensione perturbante nel senso freudiano del termine. Attraverso questa immagine ha aperto una riflessione sul nucleo enigmatico della vita familiare, dove presenza e assenza, vita e morte, fusione e separatezza si intrecciano e si rendono spesso indicibili, se non per via simbolica. L’essere genitori significa poter esserci e al tempo stesso saper lasciare andare, tollerando la perdita, i passaggi, le trasformazioni: un processo complesso e doloroso, spesso difeso da meccanismi che anestetizzano la potenza degli affetti.
In questo scenario, il pensiero psicoanalitico è stato presentato come una “luce preziosa” nei momenti in cui l’accesso a stati emotivi perturbanti e dolenti è reso quasi impossibile dalla paura di frantumarsi. Il seminario è nato proprio come spazio per pensare insieme queste esperienze, a partire dal lavoro clinico con i genitori. La dottoressa Giovanna Mazzoncini ha aperto la parte clinica con un intervento che ha unito profondità teorica e calore umano. Ha scelto di partire da un aneddoto personale, ricordando i suoi inizi in una borgata romana del dopoguerra, tra famiglie numerose, povertà materiale e scarsità di servizi. Già in quelle prime esperienze, la decisione di “trattenersi” ad ascoltare le storie di vita – più che i soli sintomi – le ha mostrato quanto dolore, forza e creatività abitino i genitori, anche in condizioni di grande deprivazione. Mazzoncini ha insistito su un punto cardine del lavoro psicoanalitico con i genitori: la necessità di sospendere il giudizio, sperimentare quella che Bion chiama “capacità negativa”, stare nell’incertezza e nel non sapere, senza risposte pronte. L’incontro con i genitori, soprattutto nei servizi, richiede tempo, pazienza e un ascolto partecipe, non “saputo”: uno spazio dove la sofferenza possa trovare parole e significato. Ripercorrendo la sua lunga esperienza nei servizi di neuropsichiatria infantile, ha evidenziato come i gruppi di genitori – in particolare di figli con handicap o patologie importanti – diventino luoghi di condivisione di traumi, colpe, ingiustizie, solitudini profonde, ma anche di risorse e potenzialità insospettate. Nel gruppo, il dolore, quando è pensato e accolto, può trasformarsi in creatività, in capacità di prendersi cura di sé e dei figli con meno senso di colpa e più fiducia. Ha poi allargato lo sguardo ai profondi cambiamenti degli ultimi decenni: dalla famiglia patriarcale tradizionale alle nuove configurazioni familiari (separazioni, famiglie ricostituite, adozioni, omogenitorialità, fecondazione assistita…). Questo scenario in trasformazione interpella direttamente l’assetto mentale dell’analista, che è chiamato ad assumere una posizione laica, non giudicante, capace di interrogare e non di classificare. Richiamandosi a Meltzer, ha parlato delle funzioni genitoriali introiettive – suscitare amore, speranza, contenere l’angoscia, favorire la crescita del pensiero – e delle funzioni proiettive – disperazione, angoscia persecutoria, odio – che possono essere massicciamente riversate sui figli. In questo senso, ha sottolineato come il lavoro con i genitori non sia un optional di sostegno, ma una parte strutturale della terapia in età evolutiva: là dove si muovono identificazioni, proiezioni, fantasmi transgenerazionali che condizionano profondamente la vita psichica dei bambini e degli adolescenti.
Molti partecipanti hanno risuonato con il suo insistere sul tempo dell’ascolto: darsi tempo per incontrare davvero i genitori, analizzare la domanda, capire perché arriva “proprio ora”, prima di precipitarsi sul bambino. È emersa un’atmosfera di rispetto e tenerezza per la complessità del mestiere di genitore, ma anche per la delicatezza del ruolo del clinico che si espone all’incontro con questo dolore.
La dottoressa Jona Kozdine ha portato il suo contributo sul tema della funzione analitica di fronte alla solitudine genitoriale, soprattutto nel lavoro con genitori di adolescenti. Dopo aver espresso la propria emozione nel ritrovarsi in un’aula universitaria piena, con un tuffo nella propria storia di studentessa, ha presentato brevemente anche l’esperienza dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva, come luogo di formazione, supervisione e trasmissione del pensiero psicoanalitico. Richiamando definizioni tratte dalla Treccani e da autori psicoanalitici, ha descritto la funzione analitica come un’attività mentale che unisce curiosità scientifica, funzione genitoriale e attività riparatrice: la capacità dell’analista di osservare, comprendere, contenere e interpretare i fenomeni psichici, aiutando il paziente (e in questo caso i genitori) a interiorizzare una funzione di autoanalisi e autoriflessione. Ha raccontato i suoi inizi in un centro specializzato per l’adolescenza, quando, giovanissima, si è trovata a prendersi cura di coppie genitoriali che molti colleghi evitavano perché “troppo difficili”. Proprio l’incontro ravvicinato e ripetuto con questi genitori le ha permesso di lavorare sulle proprie paure, difese e pregiudizi, scoprendo che il cuore del percorso non è “trovare chi ha torto”, ma creare uno spazio di fiducia graduale, in cui le angosce e i conflitti genitoriali possano diventare pensabili. Attraverso un caso clinico ha mostrato come spesso la stanza d’analisi con i genitori si trasformi in un “teatro conflittuale”, una sorta di psicodramma in cui l’analista si sente travolto “come dentro una lavatrice in centrifuga”. Proprio il lavoro sul controtransfert, la capacità di tollerare la confusione e di restituire lentamente ciò che accade “qui e ora” nella relazione, hanno permesso di trasformare il caos iniziale in educazione all’ascolto reciproco: imparare a sentire davvero l’altro, anziché gridare e difendersi. Sono emersi fortemente i temi della solitudine dei genitori, della difficoltà a tollerare il conflitto inevitabile con gli adolescenti, della tentazione di delegare “a un terapeuta magico” il compito di aggiustare i figli, senza passare attraverso il dolore di rivedere la propria storia, le proprie adolescenze mancate, le proprie ferite. L’aula ha partecipato con domande molto sentite, soprattutto sul confine tra un ruolo “intrafamiliare”, flessibile, e la posizione più interpretativa dell’analista: Kozdine ha sottolineato come entrambe le dimensioni siano necessarie, purché radicate nella tenuta e nella responsabilità etica del terapeuta.
La dottoressa Silvia Cimino è tornata poi con un contributo centrato sul lavoro con i genitori di bambini molto piccoli, presentando una situazione clinica che coinvolgeva un bambino di due anni e la storia di una lunga fecondazione assistita. Ha messo in luce come, in certi contesti, il bambino venga subito collocato dentro un campo di angosce legate a fragilità, malattie temute, controlli medici ripetuti, in cui il corpo del figlio rischia di diventare teatro delle proiezioni non mentalizzate dei genitori. Cimino ha utilizzato i concetti di claustrum di Meltzer e di “fantasmi nella stanza dei bambini” descritti da Selma Fraiberg per pensare come, in alcune coppie, la mente sia come chiusa in una stanza interna senza vie d’uscita, popolata da colpe, lutti, esperienze traumatiche non elaborate, che si riattivano potentemente nella genitorialità. Il lavoro psicoanalitico con i genitori diventa allora un tentativo di aprire varchi in questo spazio mentale chiuso, permettendo che dolore, paura e colpa possano essere nominati, contenuti, condivisi. Un filo affettivo importante che ha attraversato il suo intervento è stato il progressivo passaggio, nella coppia, da un linguaggio di controllo (sul cibo, sul corpo, sul sonno, sui “rischi”) a un linguaggio che comincia a riconoscere la propria fragilità come genitori, la paura di perdere, il timore di “aver danneggiato” il figlio. L’analista diventa allora un ambiente mentale che contiene e pensa, un luogo diverso da quello incontrato nelle esperienze mediche – spesso vissute come fredde, impersonali, “senza spazio per le domande” – e che i genitori possono interiorizzare per riproporlo al loro bambino.
Infine, la dottoressa Alba Rizzo ha portato il suo lavoro sul doppio setting nelle psicoterapie con gli adolescenti, attraverso una complessa situazione clinica (non riportata nei dettagli) in cui una ragazza manifestava un marcato ritiro sociale, una disregolazione emotiva e sintomi corporei significativi. Rizzo ha mostrato come la costruzione di un setting doppio e parallelo – un lavoro con l’adolescente e, in parallelo, uno spazio psicoanalitico per i genitori – possa svolgere una funzione di terzo separatore: qualcosa che tiene insieme, ma anche differenzia, là dove la famiglia tende a funzionare come un “open space interno”, senza confini, in cui tutti controllano tutti senza potersi davvero incontrare. Nel suo racconto, l’adolescente ha potuto, nel tempo, fare esperienza di uno spazio in cui non era necessario essere “come l’altro la vuole”, dove poteva presentare le proprie fragilità e i propri bisogni senza essere derisa o svalutata. L’analista ha descritto con finezza il momento in cui la ragazza inizialmente oppositiva e beffarda, scopre con sorpresa che la terapeuta è ancora lì ad attenderla, anche quando arriva tardi o dimentica la seduta: l’esperienza di una continuità affettiva e di un’affidabilità nuova rispetto a quanto conosciuto prima. Parallelamente, il lavoro con i genitori ha fatto emergere genitori-bambini, bloccati su immagini idealizzate di sé come genitori “irreprensibili” e sulla difficoltà a tollerare una figlia che non corrisponde più alla fantasia di “figlia perfetta”. La terapia combinata ha reso possibile iniziare a pensare la separatezza dell’adolescente come un movimento evolutivo – doloroso ma necessario – e non solo come un attacco o un rifiuto. Nel complesso, la giornata alla Sapienza è stata vissuta come un’esperienza di pensabilità condivisa. Attraverso i diversi interventi, si è delineata una visione del lavoro psicoanalitico con i genitori come spazio in cui: il dolore e la solitudine genitoriale possono essere riconosciuti e non solo agiti; le trasformazioni storiche e sociali della famiglia trovano parole e significati nuovi; le fantasie transgenerazionali, i fantasmi e le identificazioni possono essere messe in scena, pensate, trasformate; il clinico, con la sua funzione analitica, offre una presenza che tiene, contenendo senza sostituirsi. Molti partecipanti hanno lasciato l’aula con la sensazione di aver toccato da vicino non solo un tema clinico, ma anche parti personali legate alla propria storia di figli, di futuri o attuali genitori, e di giovani terapeuti in formazione. In questo senso, il seminario ha incarnato il nome di Gradiva: un cammino condiviso nel pensiero psicoanalitico, passo dopo passo, insieme.
Giorgia Acchioni
Immagini dalla mattinata dei Dialoghi Psicoanalitici in Sapienza
Grazie ai 135 partecipanti, che hanno controbuito a rendere la mattinata stimolante e ricca, con domande, osservazioni, commenti.
"Maestro" non è chi trasmette la verità, ma chi aiuta gli uomini/allievi a trarla fuori dalla confusione delle loro opinioni, anche se in contrasto con le idee più diffuse e da tutti condivise (Socrate). Per questo la verità non si insegna ma si scopre con l'aiuto del maestro".
Galimberti, "Le disavventure della verità"
"Ciò che i genitori m’hanno detto d’essere in principio, questo io sono: e nient’altro. E nelle istruzioni dei genitori sono contenute le istruzioni dei genitori dei genitori alla loro volta tramandate di genitore in genitore in un’interminabile catena d’obbedienza".
Italo Calvino
"Una famiglia è anche, forse soprattutto, fatta di voci che si intrecciano; è un linguaggio comprensibile solo a chi lo pratica, una rete di ricordi e di richiami"
Natalia Ginzburg
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