Un libro pieno di poesia e di complessità. Attraverso la prosa di questo autore ungherese ci possiamo perdere tra le parole, senza punti, nel fluire del pensiero e della vita attorno a noi. I racconti che compongono questo libro ci portano nelle trame dell’umano, in luoghi e ambienti diversi, più lontani e più vicini, per sentire il senso della vita, che ci spinge a contemplarne la meravigliosa bellezza. Nulla può rovinare lo splendore dell’essere umano che sa guardare, pensare, fermarsi di fronte alla vita. Che sa indugiare di fronte a un fiore che timidamente affaccia i suoi petali verso il sole, che è in grado di rovinare, di distruggere, di ricreare, nell’incessante fluire della sua esistenza. Povero è l’uomo che non si concede tali opportunità, perché preso dai suoi meschini giochi sull’esistenza, perché incapace di vedere più lontano di se stesso, distante dal riconoscimento che ogni creatura vivente è dotata di bellezza nella sua estrema imperfezione. Leggendo, i rapporti tra le persone si dipanano, investendo di affetti gli oggetti, i luoghi, dando senso e forma alla realtà. Questo libro ci lascia un senso di esistenza, profondo, vero, se sappiamo trovarlo dentro di noi, come il titolo di questi racconti, che ci parla della dea Seiobo che, nella mitologia giapponese ha un giardino in cui crescono alberi di pesco che producono i loro frutti ogni tremila anni e solo chi riesce ad assaporarne la polpa, avrà l’immortalità. Ma cosa intendiamo per immortalità? lo scrittore parla di immortalità come di una capacità, profonda, reale, di essere nel fluire della vita, di godere di tutto ciò che si incontra durante il cammino, avendo la possibilità di guardarlo e, successivamente, di perderlo, permettendosi di vivere tutto il dolore che ne consegue. Spesso, nel lavoro clinico, ci troviamo vicino a colleghi che affondano così potentemente le radici nel loro privato narcisismo, tanto da aver bisogno di sentirsi immortali grazie al riconoscimento acritico da parte dell’altro. E questa richiesta di essere riconosciuti ed apprezzati, pericolosamente ambigua e sotterranea, non ci permette di nutrire la nostra sana vitalità, che nasce dalla forza dell’Io. Questa forza è necessaria perchè ci permette, nel lavoro dell’analisi personale, di addentrarci nell’Es, nella nostra parte inconscia per poi riemergerne, più solidi e con maggiori possibilità di conoscere noi stessi e l’altro. Ma la forza dell’Io, in alcuni percorsi di analisi sventurati, può, partendo da un’iniziale fragilità, tendere ad indebolirsi sempre di più. La mancanza di interpretazioni di transfert da parte dell’analista oppure la richiesta inconscia di aderire a un ideale di paziente, non ci permette di dare spazio alla nostra vitalità e alla nostra libertà interna. E allora, i momenti trasformativi di incontro con noi stessi e con il mondo esterno si perdono nella vuota impalcatura di un far finta di essere ciò che non si è. Non potremo, così, divenire psicoterapeuti o psicoanalisti in grado di reggere i vissuti di un nostro futuro paziente, che diventerà svuotato come lo siamo noi. Nessuna vitalità potremo sentire, perché incapaci di avvicinare la complessità dei vissuti umani, ignari della sensazione di pienezza e di esistenza. E i racconti di Laszlo Krasznahorkai appariranno, per noi, meri esercizi di stile, da conoscere, ma senza sentire nulla. Come potrebbe accadere ai nostri futuri pazienti. Speriamo di incontrare qualcuno che ci insegni a sentire, con coraggio, il fluire della vita interna. Ed auguriamoci di essere in grado di scegliere dove direzionarci per concedere a noi stessi questi incontri.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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