Chi decide di formarsi come psicoanalista, sceglie di portare avanti un impianto teorico-clinico preciso, che non può prescindere da un lavoro interno, sempre presente, sulle proprie qualità umane. Non basta apprendere una tecnica ed applicarla, ma si tratta di un lavoro di continua bonifica delle proprie aree interne. Nella parte finale dell’autobiografia di Bion, l’autore scrive un episodio di quando la figlia Parthenope aveva un anno. Bion ricorda: “avevo supplicato mia moglie di acconsentire ad avere un figlio, il suo consenso le era costato la vita”. Nell’episodio la figlia cerca di raggiungere il padre, strisciando sull’erba e chiamandolo. Bion resta fermo. Chiede anche alla balia di restare ferma. Prosegue il testo: “la piccola piangeva disperatamente, ma insisteva con caparbietà nel suo sforzo di coprire la distanza che la separava da me. Mi sentivo stretto in una morsa. No, non mi sarei mosso. Alla fine la balia, guardandomi con incredulità, si alzò, ignorando la mia proibizione di prendere la piccola e la prese in braccio. L’incantesimo si spezzò. Fui liberato. La bambina aveva smesso di piangere per essere consolata da braccia materne. Ma io avevo perso mia figlia…era stato un trauma, un trauma lacerante scoprire in me stesso una crudeltà tanto profonda”. Questa rivelazione di Bion ci colpisce molto. Non copre la sua disperazione, la sua parte crudele, aggressiva, distruttiva. La nomina, ne sente la potenza, l’angoscia, può vederla. Per questo lo psicoanalista non può scindere la sua professione dalla sua umanità. Può capitare, negli anni della formazione o anche successivamente, che ci venga chiesto di scendere a compromessi, magari per mantenere spazi o per avanzare nella nostra carriera. Lo psicoanalista, se vuole aiutare l’altro ad avvicinarsi al suo mondo interno, deve sempre attentamente guardare se stesso e non eludere le proprie aree mentali difficili da avvicinare, come territori ambigui, onnipotenti, narcisistici. Lo psicoanalista dovrebbe avere il coraggio di esserci, facendo sentire la sua voce, ma anche di rinunciare quando un contesto cela una serie di aspetti, che non devono essere negati. Il diniego, territorio psichico che da spazio ad ambiguità ed impostura, dovrebbe essere affrontato dallo psicoanalista con coraggio, nominandolo e provando ad integrare dentro e fuori di se aspetti che sembrano inavvicinabili. E questo coraggio dovrebbe essere già presente nel giovane e fortemente radicato in chi ha più esperienza umana e clinica. Quando lo psicoanalista si trova in un ambiente dove non è possibile guardare con sincerità il proprio interno, deve avere il coraggio di proseguire il suo cammino, anche in solitario in alcune fasi, mantenendo la speranza di costruire e ricostruire, se sarà necessario, un gruppo di persone accanto a se in grado di tollerare ed elaborare i conflitti interni ed esterni.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
Aggiungi commento
Commenti