Resoconto dell’incontro di supervisione, Associazione Psicoanalitica Gradiva – 10 gennaio 2026

Pubblicato il 10 marzo 2026 alle ore 14:26

L’incontro di supervisione del 10 gennaio si è svolto nell’ambito delle attività dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva ed è stato dedicato alla discussione di materiale clinico presentato da una collega relativo al trattamento di una giovane paziente. La supervisione ha rappresentato uno spazio di riflessione condivisa sul lavoro terapeutico e sulle dinamiche relazionali che emergono nel corso del processo analitico. Il materiale portato riguardava una fase del trattamento caratterizzata da una forte oscillazione tra bisogno di vicinanza e timore della relazione con l’oggetto. In apertura di seduta la paziente aveva contattato la terapeuta manifestando agitazione e incertezza rispetto alla possibilità di presentarsi all’incontro, esprimendo il timore di poter fare qualcosa di “sbagliato” o di creare difficoltà nella relazione terapeutica. Questo elemento ha introdotto nel gruppo una riflessione sulle modalità attraverso cui la paziente sembra delegare all’altro la possibilità di decidere e di valutare ciò che è giusto o sbagliato fare, segnalando una difficoltà nel riconoscere e tollerare il conflitto interno. Nel corso della seduta la paziente aveva portato alcuni sogni nei quali comparivano figure significative della sua vita. In uno di questi sogni era presente la terapeuta, immaginata come una figura che osserva e commenta ciò che accade. Il gruppo ha riflettuto su come questo sogno possa essere inteso come il segnale dell’inizio di un processo di interiorizzazione della funzione dell’analista: la paziente sembra iniziare a costruire dentro di sé una presenza che osserva, pensa e prova a dare significato alla propria esperienza. Un secondo sogno coinvolgeva invece una figura maschile idealizzata, con la quale la paziente viveva un momento di riconoscimento e approvazione. Questo elemento ha aperto una riflessione sul tema del bisogno di essere vista e riconosciuta da una figura autorevole, ma anche sulle possibili dimensioni seduttive presenti nella relazione con l’oggetto. Il gruppo ha discusso come questi aspetti possano essere letti alla luce delle dinamiche transferali che si attivano nella relazione terapeutica. Nel corso della supervisione è emerso inoltre come la paziente mostri una notevole difficoltà a percepirsi come soggetto autonomo capace di prendere decisioni. Spesso chiede infatti alla terapeuta di stabilire cosa sia opportuno fare, quasi come se avesse bisogno che l’altro definisca per lei il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Questa modalità è stata letta come l’espressione di un funzionamento psichico in cui il senso di sé appare fragile e fortemente dipendente dalla presenza dell’altro. Un tema centrale della discussione ha riguardato il conflitto tra il desiderio di essere vista e accolta e, allo stesso tempo, la paura di deludere o danneggiare l’oggetto. In alcuni passaggi del materiale la paziente sembra temere che la propria aggressività possa distruggere la relazione, mentre in altri momenti emerge una forte rabbia nei confronti dell’oggetto, vissuto come distante o non sufficientemente disponibile. Nel corso dell’incontro sono state inoltre considerate alcune dinamiche familiari riportate dalla paziente, in particolare il rapporto con la sorella e con le figure genitoriali. Questi elementi hanno permesso di riflettere sul modo in cui l’esperienza precoce delle relazioni familiari possa aver contribuito alla costruzione di un modello relazionale caratterizzato da confini poco definiti e da un forte bisogno di conferma esterna. Un ulteriore aspetto discusso ha riguardato le difficoltà della paziente nel tollerare la separazione. Le interruzioni del trattamento o i momenti di distanza sembrano infatti attivare vissuti intensi di abbandono e di smarrimento. In tali situazioni la paziente può ricorrere a modalità difensive diverse, oscillando tra momenti di intensa dipendenza e momenti di apparente autonomia. La supervisione ha offerto l’occasione per approfondire anche alcuni riferimenti teorici utili alla comprensione di queste dinamiche. In particolare è stato richiamato il contributo di Wilfred Bion sul funzionamento psicotico della personalità e sul ruolo dell’identificazione proiettiva come modalità primitiva di comunicazione degli stati mentali. Attraverso questo meccanismo parti della mente del paziente vengono proiettate nell’altro, generando nel terapeuta vissuti emotivi intensi che possono costituire un importante strumento di comprensione del funzionamento psichico. Il gruppo ha inoltre riflettuto su come, accanto agli aspetti più regressivi e frammentati del funzionamento della paziente, siano presenti anche elementi più evoluti che testimoniano la possibilità di un lavoro trasformativo. In alcuni momenti del materiale, infatti, la paziente sembra iniziare a riconoscere il proprio conflitto interno e a mettere in parola emozioni più complesse, come la vergogna o il desiderio di riparazione. L’incontro si è concluso con una riflessione sul ruolo della supervisione come spazio di pensiero condiviso. Il confronto tra i partecipanti ha permesso di ampliare lo sguardo sul materiale clinico e di sostenere il lavoro terapeutico nei momenti di maggiore complessità, offrendo nuove prospettive di lettura delle dinamiche transferali e controtransferali emerse nel caso presentato.

 

Giorgia Acchioni

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