L’incontro del 7 marzo 2026 si è svolto nell’ambito delle attività formative dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva. La mattinata è stata dedicata allo spazio di supervisione clinica, pensato come momento di confronto tra colleghi nel quale è possibile portare materiale proveniente dalla pratica terapeutica e riflettere insieme sulle dinamiche che emergono nel lavoro clinico. All’inizio dell’incontro è stato ricordato come questo spazio rappresenti uno dei momenti centrali delle attività dell’associazione. L’obiettivo è quello di offrire ai partecipanti la possibilità di pensare insieme i casi clinici, valorizzando il confronto tra professionisti con percorsi e formazioni differenti ma accomunati dall’interesse per il pensiero psicoanalitico. Il gruppo si configura infatti come un contesto aperto allo scambio e alla collaborazione, nel quale la pluralità delle esperienze diventa una risorsa per la comprensione dei processi psichici e della relazione terapeutica. Successivamente è stato presentato il materiale relativo a un caso clinico presentato da una collega, riguardante una giovane paziente adulta. La presentazione si è concentrata in particolare sui primi incontri e sulle modalità con cui la paziente entra in relazione all’interno del setting terapeutico. Il gruppo ha riflettuto su alcuni aspetti emersi nel lavoro clinico iniziale, tra cui la presenza di vissuti legati alla perdita e alla mancanza, la modalità frammentata e confusa con cui la paziente porta il proprio materiale e una certa urgenza emotiva che sembra caratterizzare il suo modo di entrare in relazione. È stato inoltre ipotizzato come nella paziente possano essere presenti difficoltà nella costruzione di una mappa interna degli oggetti, con la possibile presenza di strutture di oggetti interni parzialmente sovrapposti e poco differenziati, che rendono complesso orientarsi nel proprio mondo interno.
Questi aspetti si accompagnano ad una marcata confusione sia sul piano emotivo sia su quello corporeo, che emerge nel modo in cui la paziente comunica la propria esperienza. In diversi momenti il gruppo ha osservato come la paziente sembri riempire la stanza di terapia con il proprio materiale psichico, lasciando poco spazio per una risposta da parte del terapeuta. Questi elementi hanno suscitato nel gruppo diverse risonanze, permettendo di approfondire il modo in cui tali vissuti possano emergere sia attraverso il racconto verbale sia attraverso aspetti più impliciti della comunicazione. Infatti, nel corso della supervisione è emerso come alcuni aspetti aggressivi, non ancora rappresentabili, sembrano essere difficilmente riconosciuti dalla paziente e possono presentarsi in forme indirette o denegate, ad esempio attraverso il corpo (colpi di tosse che hanno punteggiato la seduta).
Una parte importante della discussione ha riguardato proprio il modo in cui il materiale portato dalla paziente si presenta nella relazione terapeutica: non solo attraverso contenuti narrativi, ma anche tramite segnali corporei, emozioni intense e vissuti che si attivano nella mente del terapeuta. In questo senso è stata sottolineata l’importanza di prestare attenzione anche agli aspetti non verbali della comunicazione, così come ai movimenti transferali e controtransferali che si sviluppano all’interno del setting. Nel corso della supervisione sono stati inoltre presi in considerazione alcuni sogni portati dalla paziente, utilizzati come spunto per esplorare possibili significati simbolici e per riflettere sulle dinamiche affettive che si attivano nel percorso terapeutico. Il gruppo ha condiviso diverse ipotesi di lavoro, mettendo in evidenza la necessità di procedere con cautela e gradualità, evitando interventi interpretativi troppo precoci e privilegiando invece un lavoro di ascolto e di progressiva costruzione di significato.
È stato sottolineato come, soprattutto nelle fasi iniziali di un trattamento, possa essere utile offrire alla paziente piccoli punti di orientamento che consentano di contenere l’urgenza emotiva e di trasformare gradualmente esperienze ancora poco pensabili in elementi più rappresentabili. Nella seconda parte dell’incontro il gruppo si è soffermato sulla lettura e discussione di un articolo tratto dal volume tratto dal volume “Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi” di Spillius.
Lo scritto presentato è dedicato al tema della comunicazione tra paziente e analista. Il contributo ha offerto l’occasione per approfondire alcune questioni centrali della tecnica psicoanalitica, in particolare il ruolo dell’interpretazione e il rapporto tra comunicazione verbale e modalità più primitive di trasmissione degli stati emotivi. Sono stati richiamati i contributi di Freud sul processo analitico, in particolare il movimento di ricordare, ripetere ed elaborare, e le successive elaborazioni teoriche di autori come Melanie Klein e Wilfred Bion. La discussione ha inoltre ripreso il concetto di interpretazione mutativa, così come formulato da James Strachey, intesa come quell’intervento interpretativo che rende esplicito il transfert emotivo immediato all’interno della relazione analitica e che, proprio per questo, può produrre un effetto trasformativo nell’esperienza psichica del paziente. Questi sviluppi hanno permesso di ampliare la comprensione della comunicazione analitica, evidenziando come nel lavoro terapeutico possano essere trasmessi non solo contenuti verbalizzati, ma anche affetti, immagini e stati mentali che il paziente non è ancora in grado di esprimere pienamente con le parole. Di particolare rilevanza il concetto di identificazione proiettiva, inteso non soltanto come meccanismo difensivo, ma anche come modalità di comunicazione di stati mentali ed emotivi che il paziente non è ancora in grado di pensare o simbolizzare. In questa prospettiva, il compito dell’analista consiste nel ricevere queste comunicazioni più primitive, trasformarle all’interno della propria mente e restituirle in una forma progressivamente più pensabile. In questo processo il controtransfert può diventare uno strumento prezioso per comprendere ciò che il paziente non riesce ancora a rappresentare e per orientare il lavoro interpretativo. L’incontro si è concluso con una riflessione condivisa sul valore della supervisione come spazio di pensiero comune. Il confronto tra colleghi e il dialogo con la teoria consentono infatti di ampliare lo sguardo sul materiale clinico e di sostenere il lavoro terapeutico nei momenti di maggiore complessità.
La supervisione si conferma così come un luogo fondamentale di elaborazione e crescita professionale, nel quale l’esperienza clinica individuale può essere pensata e trasformata attraverso il contributo del gruppo.
Giorgia Acchioni
Giorgia De Santis
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