Una lettura quanto mai attuale, che comprende al suo interno due saggi strettamente connessi tra loro: “La delusione della guerra” e “Il nostro modo di considerare la morte”, scritti tra marzo e aprile del 1915. Leggiamo nelle parole di Freud temi centrali per l’individuo, la società, i gruppi umani. La delusione per l’incapacità dell’essere umano di limitare i propri impulsi aggressivi, distruttivi e brutali, fino ad arrivare agli orrori di ieri e di oggi. Emerge l’illusione di una civiltà o di una mente in grado di contenere tutto questo. Quanto sarebbe importante essere in grado di riconoscere i nostri impulsi inconsci verso la distruzione dell’altro e governarli. Senza trovarci ciclicamente dentro conflitti violenti, che ci mostrano la nostra distruttività dipinta sull’esterno, in contesti che ci illudiamo di non abitare. Non possiamo non fare i conti con l’umana natura ambivalente e con il tentativo di rimozione della morte, che ci fa permanere in un’onnipotente ed effimera vittoria gli uni sopraffacendo gli altri. Si vis vitam, para morte, se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte. La sopraffazione e la violenza delle guerre, dei contesti relazionali, ci avvicina con terrore alle considerazioni di Freud. Distruggere un altro per non entrare in conflitto con l’angoscia della conclusione e dell’umana mortalità. La psicoanalisi dovrebbe insegnarci a tollerare i limiti, a lasciare spazio ad altro che non siamo noi stessi, a moderare l’umana onnipotenza, a riconoscere la violenza fuori, ma soprattutto dentro di noi, nelle sue varie forme di espressione. E’ semplice ed immediato biasimare la guerra, le crudeltà esplicite che possiamo avere di fronte. Molto più complesso e coraggioso è prendere contatto con la nostra distruttività interna, che può prendere forme più subdole e con le quali non vogliamo entrare in contatto. In molti gruppi umani osserviamo dinamiche volte al mantenimento del potere, delle posizioni, a scapito del progresso del gruppo stesso. Anche nelle istituzioni psicoanalitiche la distruttività può essere così ben celata, da permearne, sotterraneamente, ruoli e funzioni. E’ complesso accettare i cambiamenti generazionali, l’arrivo di nuovi spazi di pensiero, che irrompono con violenza all’interno di gruppi che non sono pronti a contenerli e ad utilizzarli per la loro crescita. Troppo spesso, si ha paura di lasciare spazio e si rimane ancorati e saldi a dinamiche perverse, per non incontrare l’angoscia della propria morte. Non saremo eterni. E lasciare spazio a qualcuno che è altro da noi è qualcosa che ci lascia sguarniti di quell’onnipotenza che è stata, per lungo tempo, la nostra unica coperta. Dovremmo imparare meglio a distinguere la distruttività interna, lo spazio dell’altro, i limiti e i confini, permettendo a chi è nel pieno delle sue forze vitali di farci sentire sia che la nostra morte si avvicina, sia che possiamo trasmettere qualcosa che rimarrà . Nella guerra, nella distruzione, è solo illusoria la vittoria. Nulla resta, tutto viene spazzato via, i vincitori e i vinti, rotti e distrutti nelle loro potenzialità trasformative, lasciano un campo che non potrà più germogliare. Peccato soccombere a tutta questa distruttività. Triste è vedere chi dovrebbe essere in grado di contenere tale impulso distruttivo, per esperienza, per età, per vissuti personali, accecato dall’onnipotenza e dall’incapacità di riparare ciò che, magari maldestramente, si è trovato ad annientare.
Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva
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