Il concetto di identificazione proiettiva è centrale nella teoria, nella clinica e nel pensare secondo una matrice psicoanalitica. Freud, nel 1921 in "Psicologia delle masse ed analisi dell'Io" specificava che l’identificazione è una forma originaria e primitiva di legame emotivo e descriveva le forme dell’identificazione primaria, basata sull’acquisizione delle caratteristiche dell’oggetto amato, attraverso un processo di introiezione. Il concetto di identificazione proiettiva, pur essendo già apparso nel panorama psicoanalitico, ad esempio con Weiss nel 1925, venne pienamente descritto da M. Klein nel 1946 n “Note su alcuni meccanismi schizoidi”. L' Autrice descrive una particolare fantasia attraverso cui il neonato, per difendersi dall'angoscia, scinde e proietta parti di se stesso intollerabili nell'altro, nella madre, con l'obiettivo di prenderne possesso e controllarla. L'uso eccessivo di tale meccanismo fa emergere angosce paranoidi, in quanto gli oggetti contenenti parti scisse e cattive del soggetto diventano persecutori, oltre a un senso di svuotamento e indebolimento dell'Io. Bion sarà il primo autore ad introdurre, oltre all'identificazione proiettiva patologia con funzione evacuativa, descritta da M. Klein, un'identificazione proiettiva evolutiva e comunicativa. Si tratta di una fondamentale modalità di comunicazione non verbale, attraverso la quale il neonato riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni non ancora nominabili ad un oggetto recettivo. Il ruolo che tale oggetto ha nell'accoglierla, iceverla e trasformarla diventa centrale nella nascita del pensiero. Attraverso il concetto di reverie, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie dentro di se, attraverso l'identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti ed inelaborabili, e glieli restituisce lavorati, digeriti, arricchiti di senso. Betty Joseph, in questo interessante lavoro, sottolinea gli aspetti comunicativi dell'identificazione proiettiva e, attraverso passaggi clinici molto significativi, mette in evidenza la possibilità che l'identificazione proiettiva serva al paziente per mantenere il proprio equilibrio psichico di stampo patologico. Ma, quando l'analista è in g ado di fornire un adeguato contenimento nel lavoro clinico, diminuendo il ricorso a questa modalità di controllo dell'angoscia, possono aprirsi rilevanti cambiamenti psichici. Nel lavoro psicoanalitico è centrale riconoscere tale modalità comunicativa del paziente e, nel tempo del lavoro, essere in grado di elaborarla e restituirla attraverso interpretazioni di transfert. Anche nelle istituzioni psicoanalitiche possiamo trovarci di fronte ad un gruppo che lavora sulla base di comunicazioni primitive centrate sull'identificazione proiettiva. Teniamoci lontani da tali situazioni, che non permettono il riconoscimento dell'altro, dell'alterità, ma solo la pretesa di essere come l'altro impone, con la finalità inconscia di controllarci. Nelle istituzioni che frequentiamo è fondamentale sentirci liberi di essere noi stessi, di parlare e di portare il nostro contributo. Quando ciò non avviene e veniamo vissuti come persecutori e distruttori di un ambiente all'apparenza funzionante secondo un gioco incrociato di identificazioni proiettive, non possiamo far altro che allontanarci. Tra colleghi nessuno deve svolgere una funzione di reverie verso gli altri, ma dobbiamo trovarci tutti ad un livello paritario e non confuso. Se ci accorgiamo che ci troviamo in una situazione del genere, chiediamo aiuto ad un occhio terzo e, ove non è possibile, spostiamoci verso situazioni più evolute.
Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva
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