L’incontro dell’11 aprile è stato dedicato ad un primo momento di supervisione clinica, seguito dalla condivisione di materiale teorico, inerente ai temi emersi. La Dr.ssa Paola Grande ha condiviso un interessante caso clinico, che ha suscitato numerosi interrogativi riguardanti la pratica analitica: come modulare le comunicazioni del terapeuta? Quanto dire e in quale momento? Qual è il limite tra restituzione e silenzio? Attraverso la lettura del caso, è stato possibile notare come la paziente presenti una marcata tendenza a riempire lo spazio della stanza di terapia con le sue parole, riportando argomenti attorno a temi disparati e rendendo difficile orientarsi tra le tante possibilità di interpretazione. Il gruppo ha, dunque, riflettuto sulla punteggiatura dell’incontro analitico come alternanza tra pieni e vuoti, tra momenti di parola e spazi di sospensione. In questa prospettiva, è emersa l’importanza di tollerare aree di non significazione, astenendosi dall’interpretare immediatamente il materiale portato dalla paziente. Tale sospensione consente un lavoro di differenziazione e progressiva ricucitura dei temi emersi, favorendo la costruzione di una forma di pensabilità condivisa. È stato inoltre affrontato il tema della conclusione della seduta e del valore strutturante del setting analitico. In particolare, ci si è interrogati sulla tollerabilità della conclusione di sedute particolarmente dolorose e sulla possibilità che il lavoro analitico continui nello spazio dell’attesa. Questa riflessione permette di considerare la separatezza non come una frattura, ma come un momento potenzialmente sintonico all’interno del legame terapeutico, nella misura in cui il dolore che le si accompagna è pensabile: una sofferenza addomesticata. A partire da queste riflessioni, è emerso con particolare forza anche il tema della riparazione, nella sua complessità e nei suoi limiti. Nel caso presentato, la paziente sembra confrontarsi con un oggetto interno fragile, la cui vulnerabilità rende difficilmente pensabile qualsiasi movimento aggressivo ad esso rivolto: l’oggetto, nella fantasia, non sarebbe in grado di sopravvivere all’attacco. Questo rende la rabbia un affetto non pensabile, che si accompagna ad intensi vissuti di colpa e vergogna. Al tempo stesso, la vicinanza all’oggetto fragile è anch’essa troppo dolorosa da sostenere: ne deriva una condizione di impasse, in cui il movimento di separazione è ostacolato e il rapporto con l’oggetto mantiene caratteristiche di tipo fusionale. Sembra che nella paziente ci sia, allora, qualcosa di irreparabile e irrimediabilmente perduto. È importante, dunque, che il terapeuta possa sostare insieme alla paziente all’interno di questa fragilità, tollerando insieme la precarietà del contenitore. Offrirsi al paziente come un contenitore eccessivamente accogliente e stabile, potrebbe, infatti, precludere il contatto con la parte fragile e interferire con il lavoro di riparazione
Nella seconda parte della mattinata è stato possibile approfondire il tema della riparazione, attraverso la lettura condivisa del primo capitolo del testo: La riparazione dentro e fuori la stanza d’analisi, in particolare del contributo Non tutto si può riparare, di Maria Adelaide Lupinacci. L’autrice riporta l’etimologia del verbo riparare, evidenziandone la duplice valenza: da un lato il recupero di qualcosa di perduto, dall’altro il ritorno ad un luogo originario, familiare. Durante la lettura ci si è soffermati sulle parole di Melanie Klein, che descrivo come la riparazione non sia la conseguenza di una spinta aggressiva o di una sua formazione reattiva, bensì sia attivata da un vissuto di pietà, insito nel sentimento d’amore: l’amore è ciò spinge alla riparazione. La Lupinacci distingue poi tra una riparazione esterna, che appartiene al passato, e, in quanto tale, spesso irrealizzabile, e una riparazione psichica, che protegge il tempo presente e quello futuro. Per giungere a quest’ultima, è necessario soffrire il dolore nella stanza d’analisi e apprezzarne il valore differenziante. La possibilità di attraversare il dolore permette l’accesso ad un movimento di differenziazione: in questa prospettiva, il dolore non rappresenta un’esperienza da evitare, ma diventa un passaggio trasformativo fondamentale. La riparazione, allora, non è un atto concreto rivolto all’esterno, quanto più un processo interno che implica il riconoscimento della perdita, della fragilità. La possibilità di riparare psichicamente è strettamente legata alla capacità di rinunciare a fantasie onnipotenti di riparazione esterna totale. Dunque, l’esperienza di un irreparabile non rappresenta necessariamente un fallimento del processo analitico, ma può costituirne un elemento strutturante: accettare che non tutto sia riparabile introduce il paziente alla possibilità di nuove forme di investimento affettivo, non fondate sull’illusione di un ritorno allo stato originario, ormai perduto. L’incontro di supervisione si è, così, confermato ancora una volta come spazio di riflessione condivisa e arricchimento reciproco, configurandosi non solo come strumento di approfondimento teorico-clinico, ma anche come dispositivo vivo, in grado di promuovere processi di pensabilità e di continua trasformazione del lavoro analitico.
Giorgia De Santis
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