Sabato 14 marzo si è svolto il terzo incontro del Corso di Clinica Psicoanalitica presso la sede dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva. L’incontro si è articolato in un seminario mattutino condotto dalla Dottoressa Simona Di Segni e uno pomeridiano condotto dalla Professoressa Silvia Cimino. La mattinata è stata dedicata al tema delle difese primitive e di come queste si sviluppino a partire fin dalla nascita, citando i lavori fondamentali di Phyllis Greenacre ed Eugenio Gaddini. È stato sottolineato come Greenacre illustri come lo sviluppo delle funzioni difensive dell’organismo umano proceda in modo ontogenetico durante lo sviluppo dell’individuo, dalle reazioni precoci puramente fisiche (dirette o riflesse), che operano contro l’ambiente, a reazioni psicofisiche più complesse. D’altra parte, Gaddini espone come il neonato, nel passaggio traumatico dalla vita intrauterina alla vita extrauterina, perda lo stato di contatto continuo con la parte intrauterina. Subito dopo la nascita il neonato ricerca quindi quel tipo di contatto attraverso il seno materno, nel contatto con la madre, con la copertina o con le pareti del lettino, nel tentativo di ristabilire quel limite di sé che è venuto a mancare. Successivamente è stato affrontato il tema delle sindromi psicofisiche precoci, oggetto di studio e di riflessione di Eugenio Gaddini, le quali nascono come tentativo di ristabilire il contatto con la madre e per ricreare quella continuità originaria. In particolare, il mericismo, o ruminazione, definito come l’azione di riportare in modo attivo alla bocca il cibo precedentemente ingerito dal neonato, è un meccanismo autarchico osservato nei neonati che, precocemente, entro il secondo mese di vita, vengono a perdere improvvisamente il contatto con il seno materno, andando incontro ad un distacco violento e drammatico. Si è discusso quindi di come la ruminazione permetta al neonato di creare la fantasia illusoria di potersi “nutrire da solo” e di riattivare, in un momento in cui sente una forte tensione, la sensazione corporea del nutrimento e del rapporto con la madre. Si crea così la pericolosa illusione di onnipotenza del neonato di potersi nutrire riattivando questa memoria corporea, diventando un pattern stabilito che è difficile riportare allo stato precedente. A partire da queste premesse, sono stati presentati due casi clinici. Il primo caso, tratto da un articolo di David Rosenfeld, riguardava un giovane di circa venti anni che manifestava convinzioni deliranti relative al proprio corpo. Questo caso è stato discusso nel contesto delle manifestazioni somatiche dei conflitti psichici primitivi e della relazione tra lutto, perdita materna e rappresentazioni corporee. Durante la discussione è stato evidenziato il ruolo del corpo come luogo di espressione dei conflitti psichici e come la proiezione di questi sui propri organi o tessuti corporei possa essere letta come un tentativo di contenere e dare forma a emozioni primitive. Attraverso l’allucinazione corporea del giovane, il contatto con la madre defunta veniva simbolicamente ristabilito. Il secondo caso presentato ha riguardato un’adolescente con una storia familiare complessa e separazioni precoci. È stato discusso come, in situazioni di trauma e confusione identitaria, le persone significative possano essere percepite come investite dalle proiezioni interne del soggetto, con una metonimia parte-per-il-tutto tipica dei processi psicotici. Questo meccanismo porta a una confusione tra parti e oggetti totali, in cui caratteristiche isolate vengono immediatamente generalizzate all’intera persona, simile a quanto osservato nella sindrome di Capgras, ma ribaltato: l’impostore non è l’altro, ma la figura diventa tale quando non si riconosce come familiare o oggetto interno. Il gruppo ha riflettuto sul ruolo dell’identificazione proiettiva primaria, osservata come modalità di gestione di angosce intense. Tale meccanismo consente di proiettare parti del proprio mondo interno negli altri, al fine di contenerle e regolare l’angoscia di invasione e perdita dei confini tra sé e l’oggetto.
È stato evidenziato come la proiezione e il controtransfert costituiscano strumenti clinici privilegiati per comprendere le dinamiche primitive del paziente e per distinguere tra identificazioni concordanti e complementari, che permettono di percepire le emozioni più arcaiche senza esserne sopraffatti. Il materiale clinico ha mostrato inoltre la relazione tra l’agire (acting out) e i processi difensivi primitivi: gli agiti estremi, sebbene apparentemente distruttivi, rappresentano una forma di comunicazione non verbale, sostitutiva del pensiero, quando la realtà psichica dolorosa è intollerabile. Il gruppo ha discusso su come questi comportamenti condensino sia il bisogno di contatto con l’oggetto sia il tentativo di preservare un margine di differenziazione, evitando la completa invasione e fusione con l’altro. È stato sottolineato il ruolo del controtransfert come amplificatore delle comunicazioni emotive del paziente. Le reazioni dell’analista, nella misura in cui accolgono ed elaborano i processi di identificazione proiettiva, consentono di cogliere angosce primitive quali il timore del giudizio, l’abbandono, la svalutazione e l’aggressività, senza colludere con i pattern difensivi né ricondurli a risposte “già masticate”. In questa prospettiva, il controtransfert si configura come uno strumento privilegiato per accedere alle relazioni oggettuali interne più arcaiche e per sostenere il processo di simbolizzazione. Infine, il gruppo ha riflettuto sull’importanza di creare un’area intermedia di comunicazione, dove linguaggi diversi e immagini interne possano trovare accoglienza e traduzione. Il pomeriggio ha avuto inizio con la lettura, da parte della Professoressa Cimino, dello scritto “Crudeltà e ristrettezza mentale” di Eric Brenman e di un passo del libro “Un tempo per l’amore” di Tonica Cancrini. Le tematiche discusse hanno riguardato il rapporto tra crudeltà e amore nello sviluppo psichico, evidenziando come l’amore abbia la capacità di modificare la crudeltà, mentre la sua restrizione possa favorirne l’accrescimento. In questo contesto è stato approfondito il concetto di squeezing, inteso come un restringimento attivo dello spazio mentale e affettivo, che comporta una riduzione della vitalità emotiva e una compromissione della capacità di modulare gli impulsi distruttivi. Tale processo può condurre a forme di crudeltà disumanizzata, spesso sostenute da assetti onnipotenti e da sistemi ideali rigidi che escludono la comprensione dell’altro. Il mito di Edipo è stato richiamato per illustrare il predominio di assetti onnipotenti sulla comprensione umana. La vicenda mostra come la volontà divina onnipotente degli dèi, in particolare la profezia di Apollo, si imponga in modo ineluttabile, rendendo inefficaci i tentativi di intervento umano e relegando la compassione a un ruolo marginale. In questo contesto, la crudeltà appare inevitabile e si accompagna all’attivazione di dinamiche di contro-crudeltà, vista come unico tentativo di opporsi al destino. Si è osservato come, analogamente, nella clinica alcuni pazienti manifestino modalità sistematicamente crudeli, sostenute da processi di proiezione e identificazione proiettiva, in cui la restrizione della percezione e la ristrettezza mentale consentono di deformare l’immagine dell’altro e di legittimare vissuti e agiti distruttivi. È stata posta attenzione al ruolo dell’analista nel riconoscere e nel non colludere con la ristrettezza mentale del paziente, favorendo un ampliamento dello spazio psichico e della capacità di pensiero.
Si è discusso del rischio di confinare la comprensione dell’analista alla giustificazione della crudeltà del paziente, con il risultato di perpetuare un circolo vizioso fondato su dinamiche di dominio, vendetta e onnipotenza. La funzione terapeutica, quindi, consiste nel fornire un ambiente contenitivo e comprensivo in modo da permettere l’inserimento di elementi psichici alternativi alla crudeltà, come il senso di colpa, il perdono e la condivisione affettiva autentica. Il materiale ha inoltre consentito di riflettere sui processi di introiezione di oggetti interni crudeli e sulla formazione di un Super-Io persecutorio, che ostacolano l’accesso alla posizione depressiva e alla possibilità di riconoscere la separatezza tra sé e oggetto. Nei casi clinici osservati da Brenman, la restrizione percettiva e affettiva contribuisce alla costruzione di un mondo interno impoverito, talvolta organizzato attorno a configurazioni di falso Sé e a difese narcisistiche, in cui l’esperienza dell’amore e del legame risulta gravemente compromessa. Ne derivano modalità relazionali improntate sull’onnipotenza e sulla vendicatività, che rendono difficile l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica. È stato inoltre sottolineato come la crudeltà, se non riconosciuta e mentalizzata, possa stabilizzarsi come modello interno di funzionamento, perpetuando vissuti di isolamento e sofferenza. In tale contesto, la funzione dell’analista è quindi quella di introdurre una “buona casa” mentale, consentendo al paziente di integrare l’oggetto reale e di sviluppare capacità affettive più ampie. La comprensione umana si configura così come un possibile “antidoto” alla crudeltà, favorendo l’attivazione di processi riparativi e l’accesso a esperienze emotive più complesse. Il lavoro psicoanalitico ha quindi l’obiettivo di facilitare il riconoscimento e l’integrazione di forze psichiche opposte, quali l’amore, il perdono e la cura, senza negare la realtà della crudeltà, ma collocandola entro un assetto mentale più articolato e umano. A partire da queste premesse è stato presentato materiale clinico relativo al lavoro analitico con un bambino caratterizzato da comportamenti violenti e da una marcata difficoltà nella regolazione degli stati emotivi. La situazione descritta mette in evidenza un contesto familiare segnato da forti tensioni relazionali e da dinamiche di colpevolizzazione reciproca tra i genitori, all’interno delle quali il bambino appare progressivamente sempre più intrappolato in manifestazioni aggressive e distruttive. Nel primo incontro il bambino comunica immediatamente un atteggiamento oppositivo, accompagnato da una modalità di gioco ripetitiva e carica di contenuti distruttivi: un personaggio che sale su una casa e si getta ripetutamente nel vuoto, sotto lo sguardo di altri personaggi che assistono alla scena come spettatori della caduta e della morte. Questa sequenza viene riproposta in modo insistente, creando nell’analista la sensazione di assistere impotente di fronte ad un disastro che si ripete senza possibilità di intervento. Nel corso delle sedute il gioco si arricchisce progressivamente di elementi narrativi e simbolici. Compare la figura di un personaggio violento e persecutorio che rappresenta una parte interna distruttiva e temuta dal bambino stesso. Parallelamente emerge un secondo personaggio, una dottoressa, che tenta di intervenire per fermare la caduta del bambino-personaggio senza riuscire tuttavia a impedirne la morte. Questa configurazione simbolica consente di avviare un lavoro clinico centrato sulle diverse parti del mondo interno del bambino, introducendo gradualmente l’idea che accanto alla componente distruttiva possa esistere anche una parte capace di cura e di protezione. Nel materiale sono stati presentati anche disegni prodotti dal bambino, caratterizzati da immagini fortemente persecutorie e da rappresentazioni di figure mostruose e divoranti. Tali immagini sono state interpretate come espressione di vissuti interni di terrore, confusione e frammentazione, nei quali la figura aggressiva appare al tempo stesso temuta e identificata con il sé. È emersa l’ipotesi della presenza di un funzionamento mentale complesso, nel quale un’area cognitiva particolarmente sviluppata convive con zone di funzionamento più primitive e psicotiche, capaci di sommergere l’esperienza emotiva con vissuti persecutori intensi. La discussione ha messo in evidenza l’importanza della tecnica interpretativa nel lavoro con bambini che presentano livelli di funzionamento primitivi. È stato sottolineato come l’interpretazione non possa limitarsi a nominare la distruttività, ma debba sempre includere anche la possibilità di riconoscere e sostenere gli aspetti più vitali e potenzialmente riparativi della persona. È stata inoltre discussa la progressione tecnica delle interpretazioni: inizialmente centrate sull’osservazione condivisa di ciò che accade nel gioco, successivamente orientate alla relazione tra analista e bambino, e solo in un secondo momento rivolte alla dimensione intrapsichica, cioè alla presenza di diverse parti della mente che interagiscono tra loro. Questo processo graduale permette di introdurre elementi di pensiero e di simbolizzazione senza generare rotture o vissuti persecutori eccessivi. Infine, il materiale ha offerto l’occasione per riflettere sulle difficoltà specifiche del lavoro con bambini che presentano forti componenti di onnipotenza e di identificazione con oggetti interni crudeli. In questi casi il bambino può apparire dominato da un’immagine interna persecutoria che impedisce l’introiezione di un oggetto buono e la possibilità di affidarsi a una relazione di cura. Il compito dell’analista consiste quindi nel creare progressivamente uno spazio mentale in cui possano essere riconosciute e pensate sia le componenti distruttive sia quelle capaci di prendersi cura, favorendo la costruzione di un mondo interno meno persecutorio e più integrato.
Francesca Salimei
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