Report di supervisione clinica – Spazi intermedi
Il 17 aprile ha avuto luogo il primo incontro di supervisione clinica degli spazi intermedi presso l’Associazione Psicoanalitica Gradiva. La supervisione è stata condotta dalle Dott.sse Giada Di Veroli e Maria Vittoria Calisse. L’incontro si è configurato come uno spazio di riflessione condivisa sui cosiddetti “spazi intermedi” della pratica clinica, pensato come momento di confronto tra colleghi durante il quale giovani psicologi e psicologhe possono portare materiale proveniente dalla pratica clinica con bambini e adolescenti e riflettere insieme sulle dinamiche relazionali ed emotive emergenti durante il lavoro clinico. Dopo un iniziale momento di presentazione e di condivisione delle difficoltà e delle paure riscontrate nella pratica clinica, nel corso della supervisione è stato presentato un caso clinico relativo a un ragazzo nella fase iniziale dell’adolescenza, con diagnosi di disturbo dello spettro autistico, seguito da circa due anni in un contesto domiciliare. La discussione si è focalizzata sia sulle caratteristiche di funzionamento del ragazzo, sia sul significato delle modalità di interazione e di gioco che sono emerse nel lavoro condiviso. In particolare, è stato esplorato come alcune attività ludiche possano essere lette, all’interno di una cornice psicodinamica/psicoanalitica, come espressioni simboliche del mondo interno dell’adolescente, offrendo accesso a contenuti emotivi e relazionali non immediatamente verbalizzabili, quali, ad esempio, la rappresentazione di una morte simbolica della figura paterna, percepita come assente, e la dimensione di persecutorietà riscontrata nelle modalità relazionali. A partire dal caso presentato, è nata una riflessione sul ruolo dello psicologo all’interno degli spazi intermedi, caratterizzati da un setting non strutturato in senso strettamente psicoterapeutico, come nel caso dell’intervento domiciliare. È stata quindi evidenziata la complessità di una funzione professionale che si colloca “a cavallo” tra una dimensione educativa e una dimensione clinico-psicologica. In questo senso, il lavoro dello psicologo richiede la capacità di mantenere uno sguardo clinico e una posizione riflessiva anche in contesti meno definiti, in cui i confini del setting risultano più fluidi. A partire da queste considerazioni, è stato approfondito il tema del controtransfert dello psicologo in relazione agli investimenti affettivi del ragazzo, soffermandosi sulla difficoltà a mantenere un equilibrio tra il rischio di essere invasi e la necessità di restare al contempo accoglienti e contenitivi nei confronti del paziente. Un ulteriore tema discusso ha riguardato la possibilità di ripensare il setting alla luce dell’evoluzione del ragazzo. Considerando il tempo trascorso dall’inizio della presa in carico e i cambiamenti legati alla crescita, è stata ipotizzata la necessità di modulare l’intervento (in termini di orari, modalità e contesto) affinché possa rispondere in modo più adeguato ai nuovi bisogni evolutivi dell’adolescente. Alcuni membri del gruppo hanno condiviso la difficoltà nel mantenere una posizione psicologica all’interno di contesti domiciliari, in cui le richieste implicite ed esplicite possono orientare l’intervento verso una dimensione maggiormente operativa o educativa. Questa tensione tra funzione clinica e richieste del contesto è stata riconosciuta come un elemento centrale del lavoro negli spazi intermedi, che richiede un continuo lavoro di mentalizzazione e ridefinizione del proprio ruolo. Infine, è stato affrontato il tema delle aspettative dei genitori rispetto all’intervento. È emerso come, spesso, le famiglie investano in modo significativo su questo tipo di lavoro, aspettandosi cambiamenti rapidi o risolutivi. In questo senso, è stata sottolineata la difficoltà per l’operatore di mantenere una posizione realistica, capace di sostenere il valore del tempo nella costruzione della relazione e nel processo di cambiamento, senza colludere con richieste di tipo “miracolistico”.
Veronica Liberati
Francesca Salimei
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