Supervisione 13 giugno 2026

Pubblicato il 15 giugno 2026 alle ore 19:01

Report incontro di supervisione clinica - 13 giugno 2026

 Sabato 13 giugno, si è svolto un nuovo incontro di supervisione condotto dalla Prof.ssa Silvia Cimino e dalla Dr.ssa Jona Kozdine, in chiusura del Corso di Clinica Psicoanalitica, organizzato dall’Associazione Psicoanalitica Gradiva. Il materiale clinico presentato dalla Dr.ssa Giada Di Veroli ha offerto l’occasione per concludere il ciclo di incontri con importanti spunti di riflessione, che costituiranno il punto di partenza per gli approfondimenti del prossimo anno. Durante la lettura e la discussione del caso, infatti, ci si è molto interrogati sulle dinamiche transferali e controtransferali in atto tra paziente e terapeuta, in presenza di contenuti sessuali primitivi e difficilmente tollerabili; la riflessione si è concentrata, in particolare, sui diversi livelli entro i quali paziente e analista possono muoversi e sul processo di working-through inconscio che prende forma all’interno della relazione analitica. Dopo una prima lettura del materiale, il gruppo ha individuato la compresenza di due aree psichiche nel paziente: una parte adulta e adattata, caratterizzata da un livello di funzionamento adeguato, e una parte più arcaica, immatura e indifferenziata, legata a bisogni primari e fantasie primitive. Anche il controtransfert dei partecipanti si è articolato lungo due polarità: una risposta di materna tenerezza nei confronti del paziente, e un senso di vicinanza scottante e spaventosa, che richiama la presenza di aspetti aggressivi e sessuali arcaici.

 

In effetti, la realizzazione lavorativa del paziente sembra ricoprire un’area inconscia indifferenziata in cui il linguaggio materno della tenerezza si intreccia a vissuti di pericolosità incestuale. Il corpo, quindi, non può più essere pensato esclusivamente come corpo del bambino fragile e bisognoso di accudimento, ma si configura anche come luogo di desideri, spinte aggressive e fantasie primitive di appropriazione dell’oggetto. È stato particolarmente significativo interrogarsi sulla risposta controtransferale dell’analista e sulla sua iniziale paura di intrudere. Tale timore può essere compreso non solo come un riflesso dell’angoscia del paziente di essere invaso, ma anche di essere egli stesso invasivo e distruttivo e nei confronti dell’oggetto. Tra paziente e terapeuta sembra essersi instaurato un livello comunicativo “segreto” nel quale è necessario entrare: il livello della fusione e della confusione delle lingue, nascosto dietro l’apparente organizzazione cognitiva del paziente. Accedere a questa dimensione richiede all’analista la capacità di tollerare il perturbante, senza rifugiarsi esclusivamente nella parte adulta e funzionante del paziente o nella sola dimensione tenera e bisognosa di accudimento. La vicinanza ad un’area tanto arcaica ha condotto il gruppo verso una certa titubanza nel rendere il transfert più esplicito, come se vi fosse il timore che la sua interpretazione favorisse un agito. Eppure, rendere manifesto ciò che accade nel working-through inconscio può rappresentare per il paziente un’esperienza di contenimento e sollievo, rispetto a un’angoscia altrimenti priva di rappresentazione.

Infatti, il rischio nel lavoro analitico con questo tipo di pazienti è quello di infantilizzarli eccessivamente, tendendo fuori l’area fusionale primitiva; Il compito dell’analista consiste invece nel mantenere insieme il livello evolutivo e quello arcaico, la tenerezza e l’aggressività, il bisogno di dipendenza e la paura di distruggere l’oggetto. La supervisione si è conclusa lasciando al gruppo una riflessione preziosa sulla difficoltà del contatto con le aree primitive della mente. La possibilità di avvicinarsi a ciò che è indicibile rappresenta uno dei compiti più delicati della funzione analitica. Solo mantenendo insieme gli aspetti evolutivi e quelli primitivi, il bisogno di fusione e il timore della distruttività, diviene possibile trasformare ciò che è agito o non pensabile in un’esperienza progressivamente rappresentabile e condivisibile. La chiusura del Corso di Clinica Psicoanalitica coincide così con l’apertura di nuovi interrogativi e con la consapevolezza della complessità del lavoro analitico. Come emerso durante l’intero percorso formativo, il lavoro psicoanalitico richiede di sostare e di tollerare l’incertezza, e di mantenere uno sguardo capace di accogliere la complessità e le contraddizioni della vita psichica.

Giorgia De Santis

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