Dialoghi di Psicoanalisi
30 maggio 2026
Disturbi del neurosviluppo e pensiero psicoanalitico:
incontri, dissonanze, sentieri da percorrere
Il 30 maggio 2026, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, si è svolto un nuovo incontro del ciclo seminariale Dialoghi Psicoanalitici, coordinato dalla Prof.ssa Silvia Cimino e dalla Dr.ssa Jona Kozdine. L'evento ha visto il prezioso contributo dei colleghi dell'Associazione di Psicoterapia Psicoanalitica dell'Infanzia, dell'Adolescenza e della Famiglia (AIPPI), che hanno presentato l'intervento dal titolo: Dal “cosa” al “perché”: la comprensione causale come base della clinica evolutiva. Sintomi o segnali? Guardare il dito invece della luna. La mattinata è stata dedicata al tema dei disturbi del neurosviluppo e ad una loro lettura attraverso una lente psicoanalitica, nel tentativo di ridonare complessità e profondità a diagnosi che rischiano, altrimenti, di saturale lo spazio di pensabilità. Una lettura psicoanalitica può, invece, ampliare lo sguardo e individuare gli aspetti sottostanti alla diagnosi: le aree di conflitto, il ruolo della tolleranza alla frustrazione e del trauma, gli aspetti emotivi e relazionali inseparabili dagli aspetti cognitivi del funzionamento mentale. Nella prima parte della giornata, il Dr. Roberto Quintiliani, didatta AIPPI e presidente delle Comunità Terapeutiche Reverie, ha presentato un contributo teorico e clinico volto a evidenziare lo stretto legame tra il trauma infantile e i disturbi dell’apprendimento.
Ampio spazio è stato dedicato alla teoria di Wilfred Bion sulla genesi del pensiero. Secondo l'autore, il pensiero nasce dal tentativo di mantenere vivo nella mente un oggetto assente; nei casi di trauma precoce, tuttavia, tale processo si ribalta e si trasforma nell’evacuazione di un oggetto malevolo. In questa prospettiva, le difficoltà scolastiche rappresentano soltanto la punta dell'iceberg di storie evolutive segnate da esperienze traumatiche di diversa intensità. Il trauma diviene, infatti, l’organizzatore del vissuto d’impossibilità a disporsi a ricevere: in assenza di adeguate esperienze di contenimento, il bambino può sentirsi invaso da proiezioni non elaborabili e percepire le richieste provenienti dal contesto scolastico come una riattivazione di antichi vissuti di intrusione.
La difficoltà scolastica, in questi casi, può essere letta come l’espressione di una barriera mentale ipertrofica che impedisce l’accesso alle nozioni e alle richieste di comprensione e attenzione provenienti dal mondo degli adulti. Il lavoro psicoanalitico, allora, è necessario per bonificare il mondo interno del bambino e permettere la ripresa dei processi introiettivi, grazie all’interiorizzazione di un oggetto buono. In questo modo, è possibile ridare vita all’istinto epistemofilico e consentire una nuova apertura verso la conoscenza, distinguendo tra ciò che può essere accolto come nutrimento psichico da ciò che deve essere mantenuto all'esterno.
Il tema è stato ulteriormente approfondito dal Dr. Marco Carboni, psicologo, psicoterapeuta socio AIPPI, che ha proposto una riflessione critica sulle attuali linee guida relative alla diagnosi e all'intervento nei casi di DSA e ADHD. Secondo il relatore, il modello oggi prevalente tende a privilegiare una prospettiva organicista, orientata alla quantificazione dei sintomi e a interventi prevalentemente riabilitativi e cognitivi. In tale quadro, la componente psico-affettiva rischia di essere considerata un semplice effetto secondario del disturbo biologico, trascurando l'intima connessione tra sviluppo emotivo e cognitivo. Richiamando il pensiero di Melanie Klein, il Dr. Carboni ha ricordato come la pulsione epistemofilica rappresenti una spinta originaria verso la conoscenza e costituisca il presupposto dello sviluppo intellettivo. Tale spinta può tuttavia essere ostacolata dalla presenza di conflitti inconsci che interferiscono con i processi cognitivi. Anche Anne Alvarez ha sottolineato come la relazione affettiva primaria sia la matrice stessa della curiosità e della spinta verso la conoscenza. Le esperienze piacevoli vissute nella relazione, infatti, sorprendono e attivano la mente del bambino, donando vitalità al suo mondo interno. La mancata condivisione dell’esperienza emotiva genera un vuoto interno di vitalità, ed è in questi casi che il compito dell’analista diviene quello di richiamare il paziente alla vita. Soffermandosi in particolare sui bambini con diagnosi di ADHD, il Dr. Carboni ha proposto una lettura secondo cui l’iperattività rappresenterebbe una difesa contro emozioni intollerabili e marasmatiche: il movimento incessante e l'agito corporeo costituirebbero modalità di evacuazione di stati affettivi non mentalizzati e non contenuti. Attraverso il caso di un bambino di 9 anni, con diagnosi di ADHD, il Dr. Carboni ha evidenziato come la rabbia per la mancanza di un oggetto interno buono e affidabile conduca alla proiezione sull’analista del senso di svalutazione e di paura, che attanaglia il bambino, nel tentativo di liberarsene. Nel lavoro con questo piccolo paziente, il setting analitico ha permesso di contenere le tendenze distruttive del bambino e di preservare la relazione con l’oggetto buono, rappresentato dalla figura dell’analista. In questo modo, è stato possibile accedere ai bisogni primari di contenimento, liberando il bambino dall’identificazione con l’oggetto cattivo.
Dopo il dibattito con il pubblico, l’incontro è proseguito con il contributo clinico della Dr.ssa Jona Kozdine, dal titolo: Vivere l’infanzia come nel “Truman Show”. Notazioni cliniche sul setting, il confine e il non-verbale. La paziente presentata giunge in analisi con un'organizzazione psichica caratterizzata da una limitata capacità simbolica e da una marcata tendenza ad agire nel setting. Il corpo diventa così il luogo privilegiato dell'espressione di un'esperienza che ancora non trova parole per essere raccontata. Nel lavoro analitico, il setting si configura come uno spazio in cui costruire progressivamente nuovi ritmi relazionali, fatti di avvicinamenti e distanziamenti, separazioni e ritrovamenti. Questo consente alla paziente di acquisire una memoria nuova: l’esperienza di poter andare e tornare, senza che la fusione divenga un precipizio o che la separatezza rappresenti uno strappo. L'attenzione alle comunicazioni non-verbali e alle risonanze corporee acquisisce un'importante funzione regolativa, capace di aprire un varco verso la simbolizzazione. Il "noi" dell'esperienza analitica non trattiene né invade, ma accompagna la graduale nascita del Sé, consentendo alla parola di trovare finalmente uno spazio più ampio in cui emergere.
La mattinata si è conclusa con il contributo clinico della Prof.ssa Silvia Cimino, dal titolo: “Ho la dislessia emotiva”: quando il dolore psichico è intraducibile con le parole. Il caso presentato ha evidenziato come un'angoscia psicotica di frammentazione possa condurre alla costruzione di una particolare difesa basata sulla confusione cognitiva. Per la paziente, tale modalità rappresentava una strategia di sopravvivenza psichica, necessaria per evitare il rischio di cadere in pezzi. Nel corso dell'analisi è emersa l'esistenza di un'importante area psicotica, a lungo schermata dalla diagnosi di dislessia. In seduta, la paziente porta un discorso continuo, concreto e confusivo, capace di generare nell'analista vissuti di smarrimento e perdita della capacità di pensare. La possibilità di immaginare quel materiale come un'opera complessa, apparentemente caotica ma dotata di una sua coerenza interna, ha consentito all'analista di tollerare la confusione e di attendere il momento in cui sarebbe stato possibile costruire insieme il "libretto" dell'opera, ovvero una narrazione condivisa e comprensibile dell'esperienza interna. L'analisi ha progressivamente permesso di distinguere due modalità di funzionamento: una parte confusa e difensiva, finalizzata alla protezione dall'angoscia, e una parte più autentica e vulnerabile, rappresentata dalla bambina che si sente incapace di leggere la realtà. Il percorso terapeutico ha consentito una riduzione della confusione e della scissione, aprendo la possibilità di guardare a se stessa e agli altri con maggiore autenticità; la paziente è riuscita a dare significato alla propria esperienza interna, arrivando a formulare una sintesi particolarmente efficace del proprio percorso: “Ho avuto la dislessia emotiva e nessuno lo ha capito”. Il seminario si è concluso con l'invito a continuare a interrogarsi sulla complessità della mente umana, evitando il rifugio in spiegazioni semplicistiche e mantenendo viva la capacità di confrontarsi con l'ignoto, dentro e fuori di noi.
Come ricordava Immanuel Kant:
“Due cose riempiono l’animo mio di meraviglia: la coscienza morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me”.
Giorgia De Santis
Un ringraziamento agli oltre 100 partecipanti intervenuti
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Commenti
Grazie per questa interessante riflessione che ritengo assolutamente utile perché niente è mai dato per scontato e tutto è un continuo divenire, così come la lettura e la comprensione delle c.d. neuro-divergenze. Come madre di un ragazzo con ADHD in sindrome genetica rara da sempre mi interrogo su quanto la componente emotiva abbia potuto e possa condizionare la funzione cognitiva. Tanto da affiancare alle varie terapie proposte, compresa quella farmacologica, anche la psicoterapia in cui ho sempre profondamente creduto. La conclusione cui sono giunta è che non può esistere un'unica interpretazione o lettura perché ognuno ha la sua storia e la sua componente biologica che rende quindi unico e "situato" l'approccio terapeutico. Inoltre aggiungo, da esperienza personale, che quando su base biologica e quindi organica si sviluppa una neuro-divergenza questa determina a livello famigliare e ambientale un'attivazione che a sua volta influenza e condiziona l'evoluzione psico-emotiva... Quindi non è solo questione di trauma ma di "sistema" che in un andamento circolare condiziona e riproduce. Non so se sono riuscita a spiegarmi bene ma vi ringrazio per avermi dato questa possibilità perché è la prima volta che riesco a condividere questa riflessione.