Questo libro non può mai lasciarci indifferenti. Sia che lo leggiamo da giovani, sia che lo rileggiamo, nel corso del tempo. Cosimo alberga in ognuno di noi, in un angolo buio, pronto a balzare fuori, appena lo scorrere della vita ne offre l’occasione. Allora, di fronte alle fatiche, alle difficoltà, alle incomprensioni, alla violenza della nostra rabbia e dell’altrui violenza, siamo pronti a trincerarci sugli alberi, offesi e maestosi, per non scenderne mai più. Ma la profonda e saggia morale di Calvino ci insegna come la durezza e la rigidità possano essere esasperate a tal punto da impedirci di dialogare con queste parti di noi, chiudendoci in un’esistenza da cui tagliamo via qualcosa di fondamentale. Cosimo non metterà mai più i piedi sulla terra, condurrà la sua esistenza sugli alberi e non si permetterà di raggiungere il suolo neanche al momento della morte. Lo troviamo appeso al tenue filo di una mongolfiera, mentre sparisce ai nostri occhi increduli di lettori. Cosa vuole dire mettere i piedi per terra? quali aspetti di noi dobbiamo avvicinare per permetterci un’esistenza pienamente vissuta? La storia di Cosimo ci riguarda tutti. E’ facile salire sui rami del nostro narcisismo, guardando dall’alto il mondo, trovandoci in una posizione apparentemente privilegiata, che invece nasconde un’ottusa e sciocca chiusura. Cosa ci impediamo di vedere? l’odio, ad esempio, verso chi non è come vorremmo, verso parti di noi che non ci piacciono. L’invidia, verso chi ha qualcosa che noi non abbiamo o che abbiamo definitivamente perduto. Ma anche vivendo sugli alberi, il nostro protagonista affronta le durezze della vita, le mancanze, i propri limiti. E’ solo un’illusione pensare di non fare i conti con la complessità che si muove dentro e fuori di noi. La vita, intorno a Cosimo, continua a scorrere. Il tempo non si ferma con lui. Eventi di vita, di morte, legami, rotture. La vitalità di chi decide di rimanere ancorato al terreno non può essere spenta. Questo romanzo, dolorosamente, ci ricorda che, quando si rompe un collegamento tra la realtà e il mondo interno, tra noi e gli altri, potrebbe non ricomporsi. Ed è difficile accettarlo e viverlo con pienezza. Leggendo il romanzo attendiamo con ansia che Cosimo possa finalmente scendere, ritrovare se stesso e il mondo. Ma non avviene. E il lettore deve prendere atto che c’è una rottura insanabile. La vita prosegue, su livelli diversi. Cosimo potrà dire a se stesso di aver vissuto una vita piena? ha vissuto ciò che poteva, trovando conforto nel proprio luogo idealmente protetto, ma chiuso nell’incomunicabilità con se stesso e con l’altro. Chi resta con i piedi sulla terra, nella realtà, tollera l’ambivalenza della natura umana, diventa in grado di avvicinare ciò che resta non riparabile. Chi sceglie di salire con Cosimo, i Baroni Rampanti, restano intrappolati in nobili dimore, altezzosi, ma ciechi alla complessità dell’umano. Caro Barone, se qualcuno avesse potuto incontrarti davvero, nel tuo triste isolamento, avrebbe forse potuto sentire il tuo dolore nell’essere stato incapace di vedere l’altro. Non è avvenuto. Possiamo provare dispiacere per te, che non hai potuto utilizzare ciò che avevi accanto e dentro per entrare nell’avventura della vita. Chi tenta di restare ancorato alla terra, sa quanto è difficile, ma sa anche quanto può gioire nel lasciare il posto a qualcuno che verrà dopo di lui. Tu, caro Barone, a chi hai lasciato il tuo posto?
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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