Pensieri dalla lettura del libro “La bestia nel cuore”, di Cristina Comencini

Un libro denso, oscuro, dolorosamente reale. Sabina e Daniele, fratelli uniti da un passato difficile, che riemerge nelle sue ombre inquietanti e tocca corde profonde. Una musica dissonante, stonata, che appare quasi inavvicinabile. Orchestre di corpi che non si incontrano, che non possono entrare in sintonia. Vivere il dolore delle perdite, delle mancanze, delle ferite. Possiamo salvarci da tutta questa terribile ondata di angoscia? quanta realtà possiamo guardare e sopportare? possiamo nasconderci dalla nostra stessa distruttività? La verità spaventa, fa paura, perché non può essere ammorbidita, non si può rendere più tollerabile. Entrare in contatto con qualcosa che non si può riparare non è sempre possibile. E’ arduo guardare ciò che non ha soluzioni, che rimane indurito, inavvicinabile, rotto. A volte ci troviamo a sostare in territori ambigui, scivolosi, scomodi, perché è troppo dolorosa la realtà che chiede di essere affrontata. La madre di Sabina e Daniele conosce molto più di ciò che è disposta a dichiarare. Osserva, silenziosa, ciò che accade, senza parlare, senza permettersi di pensare. E così la verità si offusca, si travisa, si cela dietro al mantello dell’impostura, della vergogna, della colpa, dell’impenetrabilità. I protagonisti proseguono le loro vite, ma l’ombra oscura li segue e li incastra, minacciosa. Per lasciarla andare, sarà necessario attraversare i territori della rabbia, della paura, del dolore, dello sgomento. Nulla sarà risparmiato. Sia a chi sceglie di non trovare alcuna strada, chiudendo ogni contatto con se stesso e con gli altri, nell’inquietante ripetizione di qualcosa di impensabile. Sia a chi sceglie di sentire tutto ciò arriva, la potenza della mancanza, la falsità del legame, l’ambiguità dell’incontro con l’altro, la rabbia dell’intrusione, la colpa per essersi sottratti. Il libro ci parla di tante posizioni che noi stessi possiamo assumere. Silenziosamente complici, rumorosamente protestatari, tristemente muti. E in tutte queste posizioni, siamo continuamente in contatto con l’arrivo di una ventata di dolore che potrebbe distruggerci, annullarci, farci sparire. L’essere umano non può negare a se stesso la complessità di tutti questi sentimenti, qualunque posizione scelga di assumere. La colpa, il dispiacere, l’odio, la rabbia, il desiderio di riparare. Quando sentiamo che non è possibile avvicinare tutto questo, chiudendoci in una posizione che ci rende superiori o distanti dalla nostra e altrui distruttività, stiamo tagliando via qualcosa di noi stessi, una parte necessaria che, con fatica, continuiamo ogni giorno a contattare, bonificare, non dimenticare. Lo psicoanalista che desidera essere tale, non può smettere di pensare alla complessità che alberga nella sua mente.

Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva

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