Il 13 dicembre ha avuto luogo il secondo incontro dello spazio di supervisione e riflessione teorico-clinica dell’associazione Gradiva, con l’accoglienza di nuovi partecipanti nel gruppo. L’incontro di supervisione gruppale, in continuità con il precedente, ha riguardato il caso presentato dalla Dr.ssa Giada Di Veroli ed è stato condotto dalle Dr.sse Kozdine e Cimino. Nella seconda parte della mattinata, le conduttrici hanno introdotto e presentato l’articolo di Herbert Rosenfeld: L’identificazione proiettiva nella pratica clinica, tratto dal volume Comunicazione e Interpretazione. Prima di presentare gli aggiornamenti del caso, il gruppo ha tentato di ricostruire le informazioni discusse nel primo incontro. È emerso un diffuso senso di inafferrabilità dei dettagli clinici: le rievocazioni apparivano frammentarie, impressionistiche ed effimere, oppure limitate ad aspetti concreti, difficilmente organizzabili in una narrazione coerente. Tale difficoltà di rievocazione è stata letta come espressione della fatica di tenere nella mente un caso così intenso, capace di lasciare forti tracce affettive nei partecipanti e di evocare in loro la necessità di espellere i contenuti perturbanti.
A seguito della lettura degli aggiornamenti da parte della Dr.ssa Di Veroli, il gruppo ha sottolineato l’intensità delle identificazioni proiettive messe in atto dalla paziente, in grado di suscitare nella terapeuta grandi preoccupazioni e conseguenti tentativi di rassicurazione, fino a spingerla ad un inatteso enactment. È stata, inoltre, evidenziata la marcata tendenza della paziente alla scissione e alla proiezione di oggetti parziali, cui fa seguito un vissuto persecutorio nei confronti dell’altro, portatore di aspetti distruttivi del Sé, ancora non integrabili.
È emersa con chiarezza la rabbia distruttiva della paziente di fronte alla mancata adesione completa della terapeuta alle sue richieste. Tali richieste appaiono eccessive e invasive rispetto ai confini del setting, e le risposte della terapeuta sembrano non essere mai sufficienti, come se l’aiuto dell’altro non potesse essere interiorizzato, ma rimanesse aderente unicamente alla superficie della paziente. Viene, dunque, discussa la fondamentale differenza tra il desiderio di fusione e immediata rassicurazione presentato dalla paziente, in contrasto con il suo autentico bisogno di recuperare e integrare le proprie parti aggressive e ripristinare una differenziazione.
Attraverso il sogno della paziente, è stato, dunque, possibile affrontare il tema della distanza e vicinanza tra paziente e terapeuta, della paura di divorare l’altro, oppure di esserne divorati. Il gruppo ha sottolineato, inoltre, la necessità, per il terapeuta, di poter toccare il corpo del paziente attraverso le parole, utilizzando il linguaggio come mezzo di contenimento e differenziazione, per districarsi dalla trappola labirintica delle proiezioni di oggetti parziali. La mattinata è proseguita con la lettura condivisa dell’articolo di Rosenfeld, riguardo al ruolo dell’identificazione proiettiva nella pratica clinica. Questo contributo teorico ha arricchito notevolmente la comprensione delle dinamiche transferali e controtransferali del caso presentato. In particolare, è stato messo in luce il duplice valore dell’identificazione proiettiva: da un lato rappresenta l’esigenza di controllare internamente l’altro, in quanto depositario di parti di Sé proiettate; dall’altro, tuttavia, riflette un tentativo arcaico di comunicazione. Infatti, attraverso l’espulsione di contenuti grezzi e parti di Sé non integrabili, il paziente consegna al terapeuta elementi non elaborati, che necessitano di essere pensati e tradotti in parola dalla mente del terapeuta. In questo modo, il clinico può restituire i contenuti in una forma nuova e comprensibile, che possa essere accolta dal Sé del paziente, insieme all’esperienza di sentirsi finalmente compreso.
È stato infine evidenziato il pericolo di un eccessivo utilizzo dell’identificazione proiettiva, che rischia di interrompere la comunicazione verbale tra paziente e terapeuta, generando incomprensioni e fraintendimenti. In queste situazioni, le parole del terapeuta possono perdere la loro qualità simbolica e divenire oggetti concreti, percepiti dal paziente come il ritorno minaccioso delle parti del Sé proiettate. Dunque, risulta fondamentale riconoscere i processi proiettivi in atto, per mantenere attiva la capacità pensante del clinico. Termina con l’invito alla lettura completa dell’articolo di Rosenfeld questo secondo incontro dell’Associazione Gradiva. L’incontro ha offerto al gruppo uno spazio di pensiero condiviso particolarmente fecondo, in cui l’intensità emotiva del caso clinico e la riflessione teorica si sono intrecciate in modo significativo. La supervisione ha permesso di riconoscere come le forti identificazioni proiettive della paziente abbiano attraversato non solo la relazione terapeutica, ma anche il gruppo stesso, mettendo alla prova la capacità di contenimento e di elaborazione simbolica dei partecipanti. L’incontro si conclude dunque con una rinnovata consapevolezza della complessità del lavoro clinico nei casi caratterizzati da dinamiche primitive e con l’importanza del dispositivo gruppale come spazio di sostegno e riflessione condivisa.
Giorgia De Santis
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