Resoconto dell’incontro di supervisione, Associazione Psicoanalitica Gradiva – 7 febbraio 2026

Pubblicato il 7 marzo 2026 alle ore 20:25

L’incontro di supervisione si è articolato in due momenti principali: una prima parte dedicata alla discussione clinica di un caso portato in supervisione e una seconda parte di approfondimento teorico, strettamente connessa al materiale clinico emerso.

Prima parte – Supervisione clinica

Nella prima parte dell’incontro è stato presentato il caso di una donna adulta, operatrice sanitaria, che ha richiesto una consultazione psicologica in un momento di significativo disagio emotivo. L’invio è avvenuto tramite un familiare, elemento che è stato subito considerato rilevante dal punto di vista clinico, in quanto indicativo di una difficoltà della paziente ad assumere direttamente una posizione soggettiva nella domanda di aiuto. Durante i colloqui esplorativi è emersa un’organizzazione di personalità apparentemente funzionale sul piano lavorativo e adattivo, ma accompagnata da un vissuto depressivo profondo, da un marcato ritiro emotivo e da una difficoltà significativa nel contatto con i propri bisogni affettivi. La paziente ha descritto una storia di crescita caratterizzata da un contesto familiare severo, con una figura materna percepita come fortemente inibente e punitiva, e una carenza di esperienze di accoglimento emotivo e di rispecchiamento. Nel materiale clinico ha assunto particolare rilievo il tema del “non potersi appoggiare”, insieme alla presenza di vissuti di colpa, vergogna e di una costante paura di danneggiare l’altro attraverso l’espressione dei propri desideri e affetti. È stato sottolineato come la paziente sembri aver costruito nel tempo una modalità di funzionamento basata sul fare, sull’accudimento dell’altro e sul controllo, a scapito dell’accesso alle proprie parti più vitali, pulsionali e relazionali. E' stato discusso l’utilizzo delle difese da parte della paziente, riflettendo sulla distinzione tra negazione e diniego. Nel corso della supervisione si è discusso ampiamente del controtransfert suscitato dalla paziente: in particolare, il senso di urgenza, il bisogno di contenere e la spinta ad “offrire molto” già nei primi incontri, come risposta alla percezione di una fragilità interna profonda, di un rischio di crollo, e dell’angoscia di integrazione della paziente. È stato osservato come la paziente conduca l’altro ad introdurre una quota elevata di vitalità a fronte di un funzionamento psichico caratterizzato da un marcato immobilismo. Ci si è, inoltre, interrogati su quanto di quello condiviso dalla terapeuta sia stato effettivamente afferrato dalla paziente, o se piuttosto tali scambi abbiano risposto prevalentemente ad un bisogno di appoggio all’altro, in assenza della capacità di appropriarsene internamente. Un ulteriore elemento emerso riguarda l’alternanza tra momenti di apparente adesione e gratitudine e movimenti di ritiro improvviso, che culminano nell’interruzione del percorso terapeutico, giustificata su un piano pratico ed economico. Il gruppo ha riflettuto sul significato clinico di tale interruzione, considerandola non come un fallimento del lavoro svolto, ma come un possibile esito coerente con l’organizzazione difensiva della paziente, caratterizzata da una difficoltà a tollerare la dipendenza, la continuità del legame e l’intensità emotiva attivata dalla relazione terapeutica. È stato condiviso come, anche in un numero limitato di incontri, la paziente possa aver comunque introiettato un’esperienza di ascolto e di riconoscimento di parti di sé rimaste a lungo non viste. Ampio spazio è stato dedicato alla riflessione sul ritmo degli incontri esplorativi, sulla funzione del contenimento nelle fasi iniziali e sul delicato equilibrio tra interpretazione e sostegno, soprattutto con pazienti che presentano aree di funzionamento più primitive e una ridotta capacità di simbolizzazione.

 Seconda parte – Approfondimento teorico-clinico

Nella seconda parte dell’incontro, la supervisione si è spostata su un piano teorico, prendendo avvio direttamente dai temi emersi nel caso clinico. La discussione si è concentrata sui colloqui preliminari e sulla loro funzione diagnostica e terapeutica, facendo riferimento a testi psicoanalitici che mettono in luce la complessità di questa fase del lavoro clinico, in particolare: “Il Colloquio in Psicoanalisi e Psicoterapia”, di Pérez-Sanchéz, e l’articolo di Betty Joseph “Drogarsi di quasi morte”, tratto dal volume “Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi”. È stato approfondito il contributo teorico relativo ai colloqui psicodinamici, intesi non solo come momento di raccolta anamnestica, ma come spazio relazionale in cui si manifestano precocemente le dinamiche transferali e controtransferali, le difese, la forza dell’Io e la capacità del paziente di tollerare l’esperienza emotiva. Si è riflettuto sull’importanza di considerare anche l’atteggiamento interno del terapeuta, le sue teorie implicite e il modo in cui queste influenzano l’indicazione terapeutica. È stato, dunque, evidenziato quanto l’osservazione psicoanalitica possa essere un’osservazione quantitativa, anche senza l’ausilio di strumenti psicometrici. Un ulteriore tema teorico emerso riguarda le organizzazioni masochistiche e autodistruttive, in cui il mantenimento di uno stato di sofferenza può assumere una funzione paradossalmente stabilizzante. Nel transfert, tale assetto si manifesta con reazioni terapeutiche negative molto intense. L’aspetto masochistico risulta predominante, mentre la componente vitale del paziente viene collocata interamente nell’analista, come sembra essere avvenuto nel caso clinico considerato. La dimensione masochistica si esprime nella tendenza a tornare reiteratamente su eventi di natura punitiva e accusatoria, dai quali appare difficile divincolarsi, anche in ragione della quota libidica intrecciata ad essi. È importante osservare come questo tipo di pazienti produca solo apparentemente materiale clinico: esso risulta infatti scarsamente utilizzabile sul piano interpretativo, poiché funzionale al mantenimento della dinamica autopunitiva.  Questa modalità richiama i racconti della paziente, all’apparenza ampi e dettagliati, ma in realtà poco trasformabili in termini di lavoro clinico. In tale prospettiva, l’interruzione del trattamento è stata letta anche come un possibile tentativo di sottrarsi a un cambiamento vissuto come minaccioso e di ripristinare una condizione di impossibilità di aiuto, dalla quale sembra derivare anche una certa quota di soddisfazione. Dunque, il caso clinico affrontato ha offerto lo spunto per discutere i concetti di contenitore-contenuto, di identificazione proiettiva, di angosce di integrazione, di masochismo e autodistruttività, evidenziando come alcuni pazienti possano comunicare il proprio dolore più attraverso il corpo, l’agito o il ritiro che tramite il linguaggio simbolico. È stata richiamata la distinzione tra appoggiarsi e afferrare, sottolineando come, in alcune fasi, il lavoro terapeutico debba prioritariamente offrire un’esperienza di tenuta e sicurezza, prima che il paziente possa accedere a livelli più evoluti di elaborazione. La discussione teorica ha permesso di collegare il materiale clinico a una riflessione più ampia sui limiti e le possibilità dell’intervento psicoterapeutico nelle fasi iniziali, ribadendo come l’obiettivo non sia necessariamente l’avvio immediato di una psicoterapia strutturata, ma la costruzione di un primo spazio di pensabilità e di esperienza emotiva condivisa.

Giorgia Acchioni
Giorgia De Santis

Drogarsi di quasi-morte di Betty Joseph (1982). In: E.B. Spillius (a cura di), Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoterapia oggi, vol. 2. Roma: Astrolabio, 1995

 

Dall'abstract del lavoro: "Questo saggio descrive un tipo molto maligno di autodistruttività riscontrato in un piccolo gruppo di pazienti. La tendenza è all'opera nel modo in cui essi conducono la loro vita ed emerge in modo particolarmente mortifero nel transfert. Sembrerebbe simile ad una costante attrazione verso la disperazione e una condizione di quasi morte, cosicchè il paziente è affascinato e inconsciamente eccitato dall'intero processo" (Betty Joseph).

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