Sabato 24 gennaio si è svolto il primo incontro del Corso di Clinica Psicoanalitica presso la sede dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva. La giornata si è articolata in due seminari (mattina e pomeriggio), alternando momenti di riflessione teorica, letture condivise e discussione di materiale clinico, con particolare attenzione ai processi di contenimento, alla funzione trasformativa dell’altro e alle dinamiche transferali e controtransferali nei funzionamenti primitivi. La mattinata è stata dedicata al tema della rêverie materna, a partire dalla lettura condivisa di stralci del capitolo “Rêverie materne”, tratto dal volume “Essere neonati. Osservazioni psicoanalitiche” di Dina Vallino e Marco Macciò. La riflessione teorica si è concentrata sull’originalità del pensiero di Bion, in particolare sull’idea che la funzione materna (e, nel setting, la funzione dell’analista) non consista semplicemente in una comprensione empatica o in un intervento rassicurante, ma nella capacità di favorire lo sviluppo del pensiero, trasformando elementi emotivi grezzi in contenuti pensabili. La rêverie è stata discussa come funzione psichica complessa: la capacità di accogliere proiezioni primitive senza esserne travolti, mantenendo una posizione sufficientemente stabile per restituire l’esperienza in forma trasformata. È stato sottolineato come lo sviluppo della mente richieda tempi lunghi e un ambiente che tolleri frustrazione e assenza, condizioni necessarie per la costruzione di uno spazio interno di simbolizzazione. In tale prospettiva, una funzione eccessivamente intrusiva o fusionale può ostacolare l’attività mentale del bambino, impedendo la nascita del pensiero e alimentando dipendenza e rabbia.
A partire da queste premesse, la prof.ssa Cimino ha presentato materiale clinico osservativo relativo a una bambina nel primo anno di vita, soffermandosi su sequenze di interazione durante il momento del pasto. In particolare, è stata discussa la modalità intrusiva della madre, che interviene ripetutamente sull’esperienza della bambina, anticipandone i tempi e forzando l’introduzione del cibo, attribuendo intenzioni e caratteristiche (“sei cattiva”, “sei faticosa”) che sembrano rispecchiare più l’angoscia materna che gli stati emotivi della figlia. È stata inoltre condivisa una vignetta clinica di una paziente adulta, che, nelle sue comunicazioni, alterna livelli di funzionamento più primitivi e livelli più evoluti. In questo contesto risulta centrale la capacità dell’analista di riconoscere e distinguere tali livelli, modulando l’intervento interpretativo in modo da favorire l’attivazione e il mantenimento del processo di rêverie. Ne emerge quindi l’importanza di una conoscenza approfondita dei processi primitivi, fondamentale non solo nel lavoro con l’infanzia ma anche nella clinica con l’adulto. Queste vignette hanno permesso di riflettere sul fraintendimento precoce dei segnali del bambino e sull’uso massiccio dell’identificazione proiettiva, che impedisce la creazione di uno spazio di attesa e di costruzione del significato. È emerso come la bocca, nelle prime fasi della vita, rappresenti uno spazio privilegiato di esperienza e simbolizzazione, e come l’intrusione possa trasformare tale spazio in un luogo di invasione psichica piuttosto che di scoperta. Il gruppo ha discusso il parallelismo con quanto accade nel setting terapeutico quando il clinico rischia di offrire risposte “già masticate” o eccessivamente adesive: interventi che riducono la frustrazione nel breve termine, ma che possono ostacolare la crescita psichica, alimentando dipendenza, aggressività e impossibilità di interiorizzare l’aiuto. La mattinata è proseguita con la lettura e il commento di passaggi tratti dall’autobiografia di Bion, che hanno permesso di approfondire il tema del timing dell’intervento, della distanza e della vicinanza, e dell’ambivalenza emotiva che attraversa chi si prende cura di un bambino. È stato ribadito che la rêverie non coincide con il “sollevare” il bambino dalla sofferenza, ma con il poterla accogliere e restituire in forma trasformata, sostenendo l’esperienza senza annullarla. Nella parte conclusiva della mattinata, la dott.ssa Giorgia Acchioni ha presentato un caso, relativo a un’adolescente con una storia familiare caratterizzata da gravi problematiche relazionali, confini fragili e dinamiche intrusivo-confusive. Il materiale ha messo in luce un funzionamento segnato da angosce primitive, oscillazioni identitarie, difficoltà di simbolizzazione e uso del corpo/agito come modalità di evacuazione dell’angoscia. Particolare attenzione è stata dedicata alle reazioni controtransferali, spesso immerse in un clima di confusione, disorientamento e saturazione emotiva. Il gruppo ha riflettuto sul rischio di colludere con l’assetto fusionale oppure di difendersi con razionalizzazioni eccessive, sottolineando l’importanza di un contenimento che preceda l’interpretazione e che consenta, nel tempo, l’emergere del pensiero.
La parte pomeridiana ha previsto l’intervento della dott.ssa Luisa Carbone, psicoterapeuta con lunga esperienza nel lavoro con l’età evolutiva e una delle fondatrici dell’AIPPI. Nella sua introduzione, la dott.ssa Carbone ha sottolineato l’importanza di integrare il training psicoanalitico con l’esperienza nelle istituzioni, intese come luoghi cruciali per intercettare precocemente la sofferenza psichica e per lavorare con i nuclei primitivi della relazione. È stata rimarcata la necessità di preservare interventi continuativi e sufficientemente intensi nei quadri gravi, evidenziando come il setting intenso costituisca uno strumento clinico fondamentale nel lavoro con angosce primitive e stati psicotici. La dott.ssa Carbone ha presentato un caso clinico di psicoterapia infantile intensiva, relativo a una bambina con gravi rituali, angosce persecutorie, difficoltà di separazione e massiccio controllo onnipotente sull’ambiente e sulle figure genitoriali. Il caso è stato discusso attraverso le teorizzazioni di Donald Meltzer sul claustrum e sul concetto di psicosi reclusiva e geografica, soffermandosi sul modo in cui, in questi funzionamenti, il transfert si organizzi inizialmente sul luogo e sul setting più che sulla figura dell’analista. È stata valorizzata la funzione dei contenitori concreti (scatole, materiali di facile consumo, elementi del setting) come supporti al contenimento psichico e alla costruzione di uno spazio mentale separato. È emersa la centralità dell’esplorazione del mondo interno e la cautela rispetto al rischio di interpretazioni premature, soprattutto quando il paziente non è ancora in grado di tollerare l’emergere di angosce depressive. È stata inoltre messa in evidenza l’importanza della qualità dell’attenzione nel lavoro con l’infanzia, intesa come elemento che consente quell’immediatezza propria della relazione analitica con il bambino. Ne emerge il valore dell’attesa e la necessità di trovare un equilibrio tra l’agire e il comunicare. Come sottolinea Winnicott, il terapeuta deve seguire il paziente e non precederlo. Nel commentare il caso, la dott.ssa Carbone ha dedicato ampio spazio ai temi tecnici: la distinzione tra separazione come perdita e separazione come rottura catastrofica, l’importanza del tempo e dell’attesa, e il valore della scrittura clinica e della supervisione come strumenti indispensabili nei casi in cui dominano confusione, identificazioni proiettive massicce e rischio di fusione. La scrittura è stata intesa come supporto al pensiero e come mezzo per dare forma e continuità a esperienze cliniche altrimenti difficili da trattenere e metabolizzare.
Nella parte finale del pomeriggio, la dott.ssa Giorgia De Santis ha presentato un caso seguito nel ruolo di tutor dell’apprendimento, caratterizzato da difficoltà attentive e cognitive, insieme a una marcata disorganizzazione emotiva: fantasie violente, confusione tra realtà e immaginazione, comportamenti intrusivi e sessualizzati, difficoltà nei processi introiettivi e forte oscillazione tra parti compiacenti e parti distruttive. La discussione ha messo in luce come le difficoltà di apprendimento non siano leggibili solo sul piano cognitivo, ma vadano comprese come espressione di un carico emotivo che occupa la mente, e che non è pensabile, rendendo difficile la simbolizzazione e l’interiorizzazione. È stato sottolineato come l’alternanza tra studio e gioco possa funzionare come dispositivo regolativo, consentendo evacuazioni emotive e, progressivamente, un maggiore accesso alla concentrazione e all’apprendimento. La supervisione ha evidenziato le principali sfide dell’intervento, legate alla natura adesiva del legame e alla violenza di un mondo interno popolato da contenuti non pensabili. L’introduzione di un oggetto contenitore (un astuccio) ha permesso di accogliere e rendere maggiormente pensabile il materiale psichico. È stata ribadita la centralità della capacità dell’adulto/operatore di “sopravvivere” agli attacchi distruttivi senza collassare o vendicarsi, mantenendo una presenza stabile e pensante. È emersa inoltre la necessità di aiutare il contesto adulto a tollerare l’espressione della rabbia e del conflitto come aspetti evolutivi, piuttosto che come elementi da negare o reprimere. Il valore trasformativo di interventi che, pur non configurandosi come psicoterapia in senso stretto, possono, dunque, sostenere l’integrazione affettivo-cognitiva del bambino.
L’incontro del 24 gennaio ha offerto un ampio spazio di riflessione sul rapporto tra rêverie, contenimento e sviluppo del pensiero, mettendo in dialogo il lavoro con neonati, bambini, adolescenti e adulti. È emersa con forza la centralità della funzione dell’altro come mente che pensa, capace di accogliere l’angoscia senza annullarla e di restituirla in una forma trasformata e tollerabile. La giornata si è conclusa con una rinnovata consapevolezza della complessità del lavoro clinico nei funzionamenti primitivi e del valore del dispositivo gruppale come spazio di sostegno, elaborazione e pensiero condiviso.
Giorgia Acchioni
Giorgia De Santis
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