Sabato 14 febbraio si è svolto il secondo incontro del Corso di Clinica Psicoanalitica presso la sede dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva. La giornata si è articolata in due seminari, uno mattutino e uno pomeridiano, con la partecipazione della Dottoressa Flora Gigli e della Professoressa Paola Carbone. Durante la mattinata, la Dr.ssa Gigli ha presentato un protocollo tratto dalla sua esperienza come psicologa nel reparto di emato-oncologia del Policlinico Umberto I. La condivisione della Dottoressa ha permesso di comprendere la complessità del contesto ospedaliero e la frammentazione che lo abita, sottolineando l’importanza del ruolo dello psicologo come elemento di connessione tra le diverse parti del sistema di cura. La riflessione si è concentrata in particolare sul tema del setting e sulle sue peculiarità in ambito ospedaliero.
Attraverso le parole di Winnicott, è stata ribadita l’importanza di un setting dall’atmosfera familiare, in cui possa trapelare la presenza dell’altro, senza che questa ingombri o adombri il paziente, così da simulare una forma primitiva di maternage, attraverso la cura dello spazio d’incontro. Tuttavia, in ospedale ciò non è sempre possibile: emerge quindi la necessità di costruire un setting interno al professionista, un assetto analitico mentale che tenga conto della realtà concreta del reparto. Nei setting spesso improvvisati in cui si incontrano i pazienti, il confine/limite non è più la porta dello studio, ma il corpo malato del paziente stesso. Il corpo, nella sua concretezza, diventa centrale, e il clinico è chiamato a “sporcarsi le mani”, a sostare accanto al paziente proprio là dove egli si trova, nella sua realtà corporea. In ospedale gli interventi sono brevi e il loro scopo è quello di mettere il paziente in contatto con i propri sentimenti, entro la soglia di ciò che può tollerare. Lo psicologo, così, diviene portatore di un tempo interno che si contrappone con la velocità del tempo esterno, scandito dal decorso della malattia. L’incontro terapeutico rende possibile la creazione di uno spazio-tempo intermedio tra il dentro e il fuori, entro cui può nascere il pensiero sul corpo. L’obiettivo è rendere pensabile il qui ed ora, saper stare nel presente, lasciando che l’elaborazione possa seguire in un secondo momento.
Attraverso la condivisione di un caso clinico di un’adolescente ricoverata al reparto, è stato inoltre discusso l’utilizzo della terapia online come risorsa. In alcune situazioni, infatti, lo schermo rende possibile incontrarsi, quando lo sguardo o la presenza fisica dell’altro è intollerabile o addirittura pericolosa, come durante la pandemia di Covid. Lo schermo, allora, non equivale all’assenza dell’altro, ma può assumere un valore transizionale che favorisce l’incontro. Dunque, la concretezza del contesto ospedaliero richiede la costruzione di una cornice flessibile, capace di adattarsi alla realtà, senza perdere il rigore tecnico. È stato, inoltre, sottolineato il ruolo fondamentale del lavoro con l’équipe ospedaliera, in particolare rispetto alla gestione delle aspettative onnipotenti di salvare l’altro che, nei reparti oncologici, si confrontano con la realtà di terapie molto invasive, capaci di offrire speranze ma non certezze di guarigione. Il lavoro in ospedale, infatti, espone il clinico ad una angoscia di morte tangibile, tanto intensa da spogliare qualsiasi certezza teorica e tecnica. Diventa allora fondamentale imparare a riconoscere e tollerare la continuità tra vita e morte: solo se questa diviene pensabile per il clinico, potrà esserlo anche per il paziente. È stata infine evidenziata l’importanza di rafforzare il ponte tra l’esperienza clinica ospedaliera e la pratica privata, poiché chi lavora esclusivamente in studio rischia di non conoscere la dimensione esistenziale concreta di tali contesti. Dopo l’esperienza ospedaliera, infatti, il percorso terapeutico dovrebbe accompagnare il paziente lungo un processo di riparazione che, pur passando inizialmente attraverso aspetti medici concreti, potrà trasformarsi in un movimento psichico duraturo, necessario alla ricostruzione di un senso di identità funzionante. La mattinata si è conclusa con una breve supervisione di una richiesta di consultazione, presentata dalla Dr.ssa Valentina Di Giovanni. La discussione si è concentrata sul tema della distanza e della vicinanza, sulla necessità di accogliere l’altro evitando al contempo il rischio di intrusività. È stato suggerito un primo incontro non terapeutico, finalizzato ad accogliere e dare significato alla modalità di contatto, per poi eventualmente procedere con un invio a un altro collega.
Nel pomeriggio, La Prof.ssa Paola Carbone ha condiviso un caso clinico di un’adolescente, M., seguita durante il periodo del Covid. La peculiarità di una psicoterapia prevalentemente telefonica ha aperto una riflessione sul ruolo della sensorialità: la voce può toccare in profondità, entrare nell’altro, e poi ritirarsi; la vista, invece, crea una certa distanza e permette di osservare l’altro con oggettività. Le telefonate hanno rappresentato uno strumento fondamentale per avvicinarsi alla paziente e accompagnarla in momenti particolarmente dolorosi, “come farebbe un palombaro che scende con l’ossigeno”. Nei periodi più difficili è stato essenziale il racconto: descrivere la primavera imminente, i fiori sugli alberi, il corpo che guarisce dopo un incidente, il tessuto connettivo che lentamente si ricrea, immaginare il futuro, la maturità e l’ingresso all’università. Condividendo, così, piccoli spazi di fuga. La voce ha permesso di toccare in profondità la paziente, laddove l’incontro con l’alterità era stato associato a esperienze di sofferenza e violenza. L’elemento sonoro ha facilitato il processo terapeutico, poiché, attraverso storie e narrazioni, ha permesso di fertilizzare la parte vitale di M., creando uno spazio meno persecutorio, al riparo dagli sguardi indagatori dell’altro: uno spazio segreto, fondamentale per la soggettivazione. L’approfondimento del caso ha aperto una riflessione sul ruolo dei ricordi d’infanzia che riemergono in adolescenza. Gli adolescenti sono poco inclini a ricordare la propria infanzia, poiché immersi in un lavoro del lutto delle immagini infantili e in una fase di piena risignificazione pulsionale.
Tuttavia, proprio in adolescenza, possono emergere, in forma creativa, ricordi infantili dal valore quasi onirico. Nel caso di M., ad esempio, un ricordo vivido affiora come un flashback e si rivela portatore di molteplici significati, su cui il gruppo ha sviluppato diverse ipotesi interpretative. La presentazione si è conclusa con una riflessione sulla fine di una psicoterapia anche quando il lavoro non è pienamente concluso, sottolineando il valore di un percorso che accompagna il paziente solo fino ad un certo punto, e poi si interrompe. La giornata di corso si è chiusa con la lettura di un caso clinico di un adolescente, presentato dalla Dr.ssa Kozdine, che ha ripreso il tema dei ricordi infantili. La riflessione del gruppo ha riguardato la differenza tra transfert erotico e transfert erotizzato: quest’ultimo risponde al bisogno di possedere completamente l’oggetto, ad un livello preedipico. Ci si è interrogati, infatti, sul significato della seduttività del paziente nei confronti della terapeuta. È stato infine approfondito il ruolo del corpo, in particolare dei tic del paziente, considerati come manifestazioni di un elemento estraneo e non simbolizzato, che irrompe nella continuità dell’esistenza. In conclusione, l’incontro del 7 febbraio ha offerto l’occasione per riflettere sul tema del setting e sull’importanza di una cornice teorico-clinica solida ma capace di adattarsi alla realtà concreta. È emerso come la terapia online o telefonica possa costituire una risorsa e creare uno spazio transizionale d’incontro, che altrimenti risulterebbe impossibile o pericoloso. Sono stati inoltre approfonditi il tema della sensorialità e quello dei ricordi infantili che riemergono in adolescenza.
Giorgia De Santis
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