Pensieri dalla lettura del libro "Il porto dei sogni incrociati" di Bjorn Larsson

Pubblicato il 8 marzo 2026 alle ore 17:09

Un libro evocativo, che richiama Italo Calvino e che, con ironica e profonda leggerezza, ci conduce nei meandri dell’esistenza psichica e dei legami tra le persone. Lo scrittore svedese, con delicatezza mista a stringente realismo, ci precipita nella miseria dei vissuti umani, senza perderne il mistero, la magia, la profondità. Una lettura che commuove, per quanto ci rappresenta. I personaggi narrati portano aspetti di ognuno di noi. I desideri, la fantasia, la speranza convivono con la mancanza, la rassegnazione, l’ineluttabilità del tempo. Entriamo nel paese dell’ambivalenza: narrato, attraversato, sentito. Il dramma della ripetizione del dolore e dell’infelicità, ma anche un viaggio verso l’apertura al nuovo, verso un’esistenza che vale la pena di essere vissuta, nella sua meravigliosa e terrificante crudezza. Non perdiamoci questa lettura, entriamo con i personaggi nella storia e lasciamoci trasportare, come può avvenire se abbiamo il coraggio di salpare su una barca a vela sospinta dal vento, con il rischio di essere travolti, insieme allo stupore di riuscire a navigare. Come possiamo tenere dentro di noi la nostra storia individuale, che si dipana nei sentieri della finitezza dell’essere umano? La psicoanalisi prova ad avvicinarci all’ambivalenza che alberga dentro di noi e che non possiamo illuderci di eliminare, da più giovani e nel procedere della nostra esistenza. Come clinici, sappiamo quanto tale ambivalenza - che contiene al suo interno correnti di spaventosa distruzione insieme a movimenti di inaspettata generosità - può essere scomoda e quante difese possono erigersi per tentare di eluderla. Come possiamo accompagnare i nostri pazienti in questo complesso mare, che alterna burrasche e fasi più quiete? L’idea che la nostra analisi personale ci protegga dai maremoti è sempre illusoria. Gli uragani ci saranno e ci travolgeranno. A volte ci sommergeranno anche, ma potremo permetterci di continuare a navigare e, se la barca viene spezzata, potremo provare a ricostruirla. Questa l’esperienza umana. Molte volte, però, proviamo pena per esseri umani che non hanno mai avvicinato il mare, che non si sono mai realmente addentrati nelle inevitabili tempeste, uragani, maremoti, per scoprire la propria finitezza e i propri limiti. In queste situazioni, la vita può diventare insensatamente vuota o mostruosamente insopportabile. In circostanze fortunate, ce ne accorgiamo e possiamo trovare qualcuno che ci accompagni, come è accaduto a noi durante la nostra analisi personale e come può avvenire per i nostri pazienti. Per brevi tratti, un’analista può camminarci accanto, per poi lasciare che procediamo da soli. In situazioni meno fortunate, non ci accorgiamo che non siamo in grado di avvicinare il mare. Certi e barricati nelle nostre navi da crociera, non lo tocchiamo neanche il mare, ma ci illudiamo di poterlo dominare, cancellando l’incertezza, il dubbio, le domande, il confronto con chi sentiamo scomodo. Ciechi all’idea che quel colosso di metallo, da cui ci facciamo trasportare, ci allontana sempre di più da noi stessi e dagli altri. E dentro questa sicura e tranquilla lamiera galleggiante, troviamo salotti, lunghi corridoi e comode cabine dove annacquare ogni sprazzo di umanità. Anche le istituzioni psicoanalitiche possono trasformarsi in accessoriate navi da crociera, che ci tengono opportunamente distanti dalla complessa intensità del mare. Tocchiamole le acque dell’ambivalenza, dentro di noi, con i nostri pazienti, con i nostri colleghi. E se la barca si rovescia, tolleriamo la possibilità di non riuscire a risalire. Lo psicoanalista non è mai il capitano di una nave corazzata, sicura e inaffondabile, ma il guidatore di una piccola barca, che può provare a resistere alle tempeste, ma che è anche in grado di scendere a terra, quando il mare è troppo alto, per trovare nuovi porti e luoghi da esplorare.

Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva

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