Un romanzo intenso che racconta la complessità dei legami familiari, che restano dentro di noi e orientano la nostra vita. La protagonista scopre le asperità dei propri genitori, le mancanze, le incapacità, cercando di tessere la trama della sua esistenza nel corso del tempo. Una famiglia che si separa, la difficoltà di contattare un’immagine paterna che possa accompagnare le fasi della crescita. Con un linguaggio evocativo, l’autrice avvicina lievemente ciò che si è perso per sempre, dipingendo un affresco in cui, lentamente, affiorano ricordi che possono essere conservati e rendere la trama dell’esistenza più piena e consapevole. Con il linguaggio del romanzo, si passano in rassegna esperienze non comprensibili agli occhi di una bambina, che acquistano significato nel corso dell’esistenza e possono essere ripensate e ricordate. La psicoanalisi ci insegna l’importanza dei vissuti infantili e la centralità della risignificazione retroattiva, cioè la possibilità di dare senso a vissuti e immagini del passato, che non erano integrabili nel flusso dell’esperienza interna. Spesso, quando ci siamo trovati a vivere distacchi, abbandoni, vissuti genitoriali incomprensibili, tendiamo a ripetere tali esperienze inelaborate nel nostro percorso di vita. Permetterci di avvicinarle, all’interno di un percorso di cura, è indispensabile per dotare di significato vissuti interni e poterli liberare dal nefasto potere della coazione a ripetere. La possibilità elaborativa che può offrirci un percorso di analisi, rigoroso, durevole nel tempo ed organizzato secondo le regole del setting e del timing interpretativo, permette di inserire nella trama dell’esperienza interna vissuti che, fino a quel momento, si trovavano in aree della mente dotate di scarsa pensabilità. L’esperienza della terzietà, ad esempio, che la protagonista del romanzo sembra non poter avvicinare nelle sue relazioni passate, diventa qualcosa di centrale in un percorso di analisi. Incontrare un altro da noi, in grado di tollerare conflitti e dissonanze, rappresenta un’esperienza centrale nella definizione di noi stessi. Insieme all’esperienza della perdita, che attraversa inevitabilmente la vita umana e che chiede di essere attraversata ed elaborata all’interno di un percorso di psicoanalisi. Per questo, una buona analisi deve sempre avere un inizio e una fine: l’idea di “un’analisi interminabile” rappresenta spesso una difesa dell’analista nell’affrontare i limiti, l’impotenza e il senso del tempo che trascorre. Un buon percorso di psicoanalisi o di psicoterapia non può eludere la temporalità e il confronto realistico con ciò che si può fare, che può non corrispondere alle aspettative del paziente, ma soprattutto ai desideri onnipotenti dello psicoanalista.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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