Un libro che dobbiamo concederci. Abraham Verghese, medico, docente universitario, scrittore, essere umano, ci conduce con realtà, crudezza, poesia, nei meandri del corpo e dell’anima. Una storia appassionate, che parla dell’essere umano e di ciò che lo abita, così imperfetto, meraviglioso, inneffabilmente travolgente. La storia ha un ritmo serrato, fin dall’inizio, quando siamo precipitati in territori apparentemente sconosciuti, ma dove i sentimenti umani sono sempre gli stessi: amore, dolore, gelosia, invidia, colpa, angoscia, terrore. L’amore non detto, ma fortemente sentito, tra un medico e una giovane suora, che diventerà l’unica infermiera in grado di assisterlo in complicate operazioni chirurgiche nel cuore dell’Africa, porterà alla nascita di due gemelli. La nascita corrisponde alla morte della madre. Una nascita sferzata dal tentativo, del medico/padre, di estrarre con violenza quelle rovinose creature che hanno risucchiato la vita dell’amata, dall’interno. Amore e morte si intrecciano, dall’inizio della storia, e si dipanano nel corso di una vicenda umana nella quale ognuno di noi può riconoscersi, nella capacità dell’autore di mettere a nudo i territori del corpo e della mente. La possibilità di narrare una storia permette di ricucire dei fili quasi invisibili e persi nel dolore degli esseri umani, abbattuti ma non sconfitti da continue e violente tempeste che si succedono dentro e fuori di loro. Come clinici la lettura di questo libro ci lascia travolti per l’assenza di veli, di strutture difensive. Ci parla, con un linguaggio diretto dell’ambivalenza dei sentimenti umani e della loro crudeltà. Se abbiamo scelto una professione psicologica ci troviamo a fare i conti con l’ambivalenza, spesso celata, dei nostri pazienti, che tentano di coprire profonde e laceranti ferite, nella speranza di evitare ogni contatto con l'angoscia. Il pensiero psicoanalitico ci insegna che la sofferenza non è evitabile nell’esperienza umana. Ma può essere sentita, vissuta, elaborata, condivisa. L’ obiettivo di una buona analisi non è bonificare l’angoscia interna, ma attraversarla, conoscerla, sentirla senza sprofondare chissà in quali abissi dove il pensiero non può transitare, lasciandoci soli e caduti nel vuoto, oppure distanti ed estranei a noi stessi. Quando un percorso analitico non ci pone di fronte alle nostre aree più mostruose, forse non stiamo andando nella giusta direzione. Elaborare il conflitto, le parti distruttive, diminuendo la rigidità dell’assetto difensivo, è specifico del lavoro della psicoanalisi e comporta fatica. Vigiliamo che le nostre analisi e le nostre supervisioni ci permettano questo movimento, avviciniamoci all’ambivalenza interna, sia nostra sia dei nostri pazienti, nel costante e continuo lavoro di elaborazione psichica. Ci accorgeremo se siamo su una buona strada, guardando noi stessi e i nostri pazienti. Se restano fermi, incastrati nelle stesse dinamiche senza aprire nuove strade, sapremo che, forse, anche noi ci troviamo nella stessa condizione. Il romanzo "La porta delle lacrime", titolo particolarmente evocativo, ci ricorda la violenza, ma anche la meraviglia dell’essere umano, se ci permettiamo di guardarne le molte angolature.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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