Quando un genitore sente di non riconoscere più suo figlio, cercando di cancellarne la presenza nelle sue attività concrete e mentali, sta sgretolando anche una parte di sé stesso. Quel figlio incarna tutti gli aspetti che, di sé stesso, il genitore non può vedere, sentire, elaborare. L'esilio del figlio diventa un'erranza senza tempo e senza spazio, alla ricerca di parti oscure di sé stesso che non riconosce, perché non gli appartengono. Talvolta, accade che il genitore, risvegliato dal torpore fasullo che sembrava fintamente averlo alleggerito, potrebbe coraggiosamente tendere la mano. L'adulto, incontrando realmente se stesso e il proprio dolore, libera il giovane dall'esilio, investendolo di quella ventata di affetto che trasformerà la trappola del vagabondare in un viaggio scelto, accompagnato, seppur rischioso e dagli esiti incerti. Ancora presenti insieme, genitori e figli, nel cammino della vita. Ma questo atto generoso, che porta con se aperture e sofferenze, può non può essere compiuto. Rimane un dolore impenetrabile, che il genitore non sarà in grado di avvicinare. Ma iI figlio, nonostante tutto, nel suo faticoso errare, proverà a tracciare la strada che il genitore non è mai riuscito a percorrere, attraversando da solo i territori del dolore, dello spavento e della nostalgia, trovando forse compagni di viaggio che appaiono dispersi come lui. Sapendo che nulla gli sarà risparmiato, ma non potendo fare altro che proseguire in avanti, piangendo la durezza di ciò che resta pietrificato.
Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva
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