Essere psicoanalista: un confronto rigoroso tra teorie e capacità emotive personali

Pubblicato il 8 marzo 2026 alle ore 17:54

La psicoanalisi, per come dovrebbe essere trasmessa, poggia su un saldo impianto teorico-clinico, conosciuto, compreso ed interiorizzato. Per formarsi come psicoanalista, è fondamentale la conoscenza teorica dei tesi classici degli autori che sentiamo come maestri, sempre presenti nel loro fervido impegno volto alla comprensione dei territori psichici. Una salda formazione in campo psicoanalitico parte dagli autori e dalla conoscenza teorica, che attraverso una lettura attenta ed emotivamente sentita, ci permette di entrare nella complessa articolazione del pensiero che prova a spiegare il funzionamento psichico, fin dai livelli più precoci dell’esperienza. La lettura guidata dei testi psicoanalitici è una base indispensabile, ancora prima della riflessione sulla clinica. Solo quando abbiamo dei solidi piastri teorici, possiamo guardare alla clinica e collegarla alla teoria. Spesso, ci capita di ascoltare situazioni cliniche, dalle quali nasce la riflessione teorica. In realtà, tale processo è sempre parziale. La clinica ci porta a vedere ciò che abbiamo già in mente, senza aprirci al nuovo, all’inesplorato, alla complessità. Per lavorare come psicoanalista, bisogna avere il coraggio di mettere da parte la nostra creatività onnipotente, per utilizzare con pazienza ed umiltà il solido corpus teorico che abbiamo ricevuto in eredità. Ogni psicoanalista, anche il più esperto, non deve dimenticare il limite, lo studio rigoroso e continuo dei maestri di ieri e di oggi, che rappresentano una guida, che dobbiamo tenere a mente, nel proporre il nostro modo di lavorare. L’individualità dell’analista, il suo patrimonio affettivo, non è un istrionico pensare sulla clinica, ma un faticoso e rigoroso lavoro di confronto tra le teorie e le capacità emotive personali, che si accrescono nel tempo attraverso una formazione permanente con colleghi e maestri. La tenuta emotiva di uno psicoanalista poggia primariamente su una lunga analisi personale, che dovrebbe consentirgli di uscire dal narcisismo patologico che affligge molti clinici, che desiderano innovare, cambiare, essere riconosciuti. Non dimentichiamo che lo psicoanalista, orientato alla cura dell’altro, è un clinico che non cerca visibilità, innovazione, prestigio, ma un operaio della mente, che dalla sua personale valigetta, è in grado di prendere e utilizzare gli strumenti del mestiere, come il timing, l’interpretazione, la tenuta del setting. Strumenti complessi da acquisire, che dobbiamo continuamente tenere nella mente, rinnovando la tenuta, la serietà e il rigore e mantenendo viva la nostra gratitudine ai maestri che ci hanno trasmesso il corpus teorico della della psicoanalisi che ci permette di pensare e di compiere atti clinici.

Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva

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