Il lavoro del negativo, la capacità di avvicinare l’inconscio nella seduta psicoanalitica, per come ci è stato trasmesso attraverso le teorie e il saper fare clinico, presuppone un autentico contatto con noi stessi e con l’altro. Questo contatto poggia sulle qualità personali dell’analista che sono state smussate, bonificate ed amplificate dal lento ed incessante lavoro della propria analisi personale. Questo cammino non è mai definitivo, ma presuppone l’umiltà di ritrovare, nel tempo, spazi di pensiero e di riflessione, sia personali, sia nel gruppo. L’istituzione, per lo psicoanalista, è un luogo necessario, perché gli permette di osservare se stesso e il suo modo di funzionare, continuando a porsi domande sul proprio operato. Possiamo incontrare molti rischi in questa cammino. Rischi individuali, quando lo psicoanalista si erge a maestro intoccabile, fintamente capace di insegnare, ma pericolosamente in cerca di adepti che non ne critichino mai il modo si essere e di fare. Tale situazione, spesso silente per lungo tempo, tende ad invadere i luoghi istituzionali, portandoci nel campo dei rischi collettivi. Un gruppo formato con questi presupposti, non può che avvicinare allievi poco capaci di tenuta emotiva. Infatti, in queste situazioni genitori/maestri coltivano e scelgono figli/allievi, nell’inconscio desiderio di essere finalmente riconosciuti per i propri meriti e per le proprie capacità, riecheggiando antiche ferite mai elaborate pienamente. Si diventa ciechi verso la scelta degli allievi, che non saranno più coloro che, nel tempo, diverranno in grado di affiancare, superare, prendere decisioni, ma resteranno nel territorio della vuota emulazione di qualcosa che non potranno mai afferrare. Prendono così vita istituzioni malsanamente funzionanti, in cui la spinta ad essere riconosciuti e il desiderio di essere apprezzati lavorano sotterraneamente a livello narcisistico, permeando, non visti, ogni aspetto del lavoro di gruppo. E chiunque provi a riflettere su queste modalità, non può che essere allontanato ed espulso, in un circolo di continue ripetizioni. Si può solo rimanere incastrati dentro queste dinamiche o posizionarsi come osservatori, silenziosamente complici. Chi inizia un percorso formativo deve ben fare attenzione a questi rischi, individuali e gruppali. Deve usare il suo sentire per circondarsi da persone capaci di tenere il confine, rispettosi della propria e dell’altrui individualità. Nelle sedute psicoanalitiche, nelle supervisioni, è fondamentale tenere il confine, nello spazio, nel tempo, nei corpi. L’onorario, ad esempio, deve essere corrisposto nel tempo del lavoro insieme, mai dopo la sua conclusione, perché rischiamo di colludere con modelli ambigui di funzionamento, che ci legano emotivamente in una posizione asimmetricamente fraudolenta. Quando ci troviamo in situazioni in cui ci sentiamo incastrati in dinamiche non funzionanti, dobbiamo avere il coraggio di sottrarci al gioco perverso dell’ammirazione, della comprensione fintamente genuina e guardare ai limiti di ognuno, nel tentativo di proseguire insieme.
Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva
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