La capacità di meravigliarsi dello psicoanalista

Pubblicato il 8 marzo 2026 alle ore 18:24

 

Scrive Bion nel 1962 “scarta la tua memoria, scarta il tempo futuro del tuo desiderio; dimenticali entrambi in modo da lasciare spazio ad una nuova idea. Forse sta fluttuando nella stanza in cerca di dimora un pensiero, un’idea che nessuno reclama”. Questa celebre frase ci ricorda l’importanza, nel lavoro psicoanalitico, della capacità di essere in contatto con ciò che emerge, pian piano, lasciando lo spazio alla capacità di meravigliarsi. L’analista, grazie alla propria formazione, dovrebbe essere in grado di attendere, di sentire, di aprirsi al nuovo, di avvicinare nella sua mente ciò che emerge nelle sedute, per poi rimandare, attraverso lo strumento dell’interpretazione, ciò che ha potuto intuire e che il paziente potrà finalmente accogliere. Si tratta di una capacità che ha bisogno di un lento e costante apprendimento, che non deve essere improvvisata oppure basarsi su slanci creativi individuali. E' una tecnica complessa, faticosa, spesso lunga e difficoltosa. Tecnica che l’analista non deve mai perdere nel corso del proprio cammino. Sia nei primi tempi del lavoro psicoanalitico, quando il desiderio di aiutare l’altro può offuscare gli inevitabili ostacoli e i numerosi limiti che possiamo incontrare - che appartengono a noi e ai nostri pazienti, sia più avanti, quando il desiderio di lasciare un segno del nostro passaggio nell’illusione di una confortante immortalità, ci può spingere a sentirci ridicolmente creativi. Impariamo una tecnica rigorosa, continuiamo ad utilizzarla, permettiamoci di chiedere aiuto quando sentiamo che potremo perdere l’orientamento psicoanalitico. Uno psicoanalista dovrebbe essere in grado di avere uno sguardo ampio su se stesso e sull’altro, di meravigliarsi di nuovi panorami, interni ed esterni, senza per questo smarrire la strada. Il viaggio, dell’analisi personale, dell’analisi didattica, della vita, non pretende di ottenere chissà quale effimera visibilità, ma è un costante cammino per mantenere e approfondire la capacità di pensare, di studiare, di conoscere ciò che non abbiamo afferrato, proprio come ci insegna Bion. E allora non sentiamoci spaventati di partire per esplorare nuovi lidi, di parlare nuove lingue, di conoscere nuove persone. Ne varrà la pena, come psicoanalisti ed esseri umani. Ogni analisi è un viaggio in territori inesplorati. Nessuno psicoanalista potrà condurre il proprio paziente più avanti di dove lui stesso ha potuto portare la propria esistenza. Per questo, non smettiamo di tenere la nostra mente aperta e libera, come i viaggiatori dell’antichità e di oggi, e come ci ricorda il poeta Costantino Kavafis nella poesia “Itaca” del 1911:

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze…

Sempre devi avere in mente Itaca,
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare
”.

 

Psicoanalisti dell'Associazione Psicoanalitica Gradiva

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