Lo psicoanalista di fronte alla richiesta di percorsi brevi

Pubblicato il 8 marzo 2026 alle ore 18:29

Sempre di più lo psicoanalista si trova di fronte a pazienti che richiedono percorsi brevi e colleghi che spingono affinchè i percorsi di cura possano essere focalizzati ed avere una durata di poche sedute. Capita spesso di ascoltare modifiche della tecnica, presentate come necessità per venire incontro a nuovi bisogni dei pazienti e ad un mondo che chiede velocità ed efficienza. Se abbiamo avuto una buona formazione come clinici e come psicoanalisti, dobbiamo fermarci necessariamente a riflettere, senza buttarci in confusi e poco efficaci percorsi di cura. Se siamo ancora in formazione, dobbiamo pensare ad acquisire capacità di intervento, che ci consentano di applicare in modo chiaro e rigoroso la tecnica terapeutica che scegliamo di approfondire. Quando tale tecnica viene mischiata con altre tecniche diverse, in nome di un moderno pluralismo, dobbiamo ricordare che è essenziale conoscere un approccio terapeutico molto a fondo, per poi, eventualmente, pensare di avvicinarci ad aspetti di integrazione tra teorie e prassi. Non dimentichiamo di leggere i tesi degli autori direttamente, perché spesso le sintesi non riportano il pensiero preciso dell’autore che scegliamo come riferimento. Se siamo clinici già esperti, a volte capita che, a causa di fallimenti nel nostro modo di prenderci cura dell’altro, rinneghiamo la tecnica che abbiamo imparato, valutandola come ostica, lunga e poco efficace. In queste situazioni, piuttosto che annacquare la tecnica che abbiamo imparato reinventandoci approcci che ci diano notorietà, facciamoci sostenere da un gruppo di colleghi che, tenendo con saldezza interna una tecnica di intervento, come quella psicoanalitica, possano aiutarci a capire perché vogliamo virare verso altro di poco definito, perdendo di rigore e di chiarezza teorico-clinica. La terapia breve è diversa dalla psicoanalisi. Se siamo interessati a questo approccio, possiamo trovare spazi formativi, senza trasformare la psicoanalisi in qualcosa che non è, proponendo come psicoanalisi un approccio che ha presupposi completamente diversi. Non dimentichiamo che una formazione psicoanalitica seria, presuppone un tempo congruo di lavoro, un setting chiaramente definito, un lavoro interpretativo specifico e attento. Se sentiamo, nel corso della nostra formazione o del nostro percorso professionale, che una tecnica appresa non riusciamo ad utilizzarla al meglio oppure non ci corrisponde più, dobbiamo avere il coraggio di cambiare, senza nascondere un nostro modo di lavorare diverso con un approccio che non stiamo più seguendo. Capita molte volte di sentire il termine “psicoanalisi” applicato a modalità terapeutiche che non sono psicoanalitiche, come terapie brevi, a frequenza poco intensa, che usano tecniche si sostegno all’Io, senza lavorare sulle difese. Spesso, tali confusioni avvengono perché lo psicoanalista vuole sentirsi capace di modificare la tecnica a suo piacimento, per offrire creatività e innovazione. Non smettiamo di pensare, se ci capiterà di trovarci di fronte a tutto questo. Cambiare è possibile, naturalmente, non dobbiamo per forza seguire un approccio clinico che non ci convince più e all’efficacia del quale siamo noi i primi a non credere. Portiamo i pazienti lì dove siamo arrivati noi stessi, senza offrirgli tecniche improbabili, che nascondono dietro il termine “psicoanalisi”, un misto di tecniche varie, confuse e di dubbia efficacia.

Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva

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