Distruzioni
L’essere umano si trova molto spesso di fronte a distruzioni nella realtà esterna e dentro se stesso, in un complesso ed intricato roseto dove, spesso, la luce del sole non riesce ad entrare. Anche oggi, come in passato, siamo circondati da immagini di macerie, di bombardamenti, di frantumi. E’ più semplice vedere fuori di noi chi distrugge, il nemico, il cattivo. La psicoanalisi, ma anche la letteratura, la storia, la filosofia, ci hanno insegnato a guardare meglio e a non fermarci ad un’osservazione troppo superficiale. Etty Hillesum, nel suo diario scrive: “non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”. Come possiamo avvicinare la nostra distruttività senza esserne distrutti? La psicoanalisi ci parla della pulsione di morte, come aspetto interno che può diventare inespugnabile. Dove nasce la pietà, intesa come “pieats latina”, cioè devozione e rispetto reverenziale verso noi stessi e gli altri? La clinica psicoanalitica ci mostra spesso la rigidità delle spinte distruttive, pronte a soffocare ogni minima apertura psichica e a lasciarci in quei territori vuoti di senso, dove ogni forma di aggressione può prendere il sopravvento. Lo psicoanalista, umano tra gli umani, cosa può fare di fronte a tanta violenza interna? A volte abbiamo l’impressione di non poter bilanciare delle potenti quote di aggressività con qualcos’altro, sentendo che la spinta mortifera annulla la relazione. Ma, a guardare meglio, il sentire psicoanalitico ci offre delle possibilità. Non sottarci e provare a vedere se, da questo impasto tra spinte costruttive e distruttive proprio dell’essere umano, può emergere vitalità, passione, desiderio. Quando ciò non accade permettiamoci di essere umili e di chiederci se siamo proprio noi, come clinici, a non essere in grado di trovare tale germoglio nella nostra esperienza interna. E per trovarlo, non possiamo evitare quei territori distrutti e devastati dalla nostra violenza interna. Cosa vediamo? Ne resteremo così turbati tanto da attribuirla sempre ad un altro fuori di noi? Lo psicoanalista che ci accompagna in un viaggio interno dovrebbe essere in grado di sostare accanto alle macerie, mantenendo uno sguardo verso la ricostruzione. Una ricostruzione del proprio interno che non cancella la distruttività, ma prova a sentirla, nella sua violenza, e ad arginarla. A volte siamo in grado di compiere questa trasformazione nel transfert analitico, osservando aperture straordinarie. Se non riusciamo, non chiudiamoci in un ostile e fisso risentimento verso uno strato roccioso inespugnabile, ma tendiamo la mano. Manteniamo viva la speranza che qualcuno possa venirci incontro. Qualcuno in grado di accompagnarci nel ritrovare quei fili dispersi, da ritessere nuovamente in una stoffa utile e preziosa. Le riparazioni, quando rompono una catena di violenza, sono dolorose perché ci mettono in contatto con la violenza della nostra distruzione. Ma sono anche l’unica possibilità che abbiamo di proseguire nel viaggio che, guardando le macerie, potrà farci scorgere, se non abbiamo troppa paura, un germoglio che lotta per essere vitale.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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