Un testo che non possiamo non conoscere. John Steiner, autore originale di grande profondità clinica, con l’evocativo termine “rifugi della mente”, si riferisce a luoghi mentali in cui l’essere umano può nascondersi e ritirarsi per allontanarsi da una realtà troppo angosciante per essere tollerata. In questi luoghi predomina l’onnipotenza e, in fantasia, può essere possibile qualsiasi cosa. I rifugi mentali, se utilizzati in modo coatto, allontanano il paziente dalla realtà e dalla relazione con l’altro. Durante un trattamento psicoanalitico, spesso il paziente interrompe bruscamente il contatto con l’analista per chiudersi in un mondo inaccessibile che può, però, diventare una prigione inespugnabile, che impoverisce drammaticamente l’Io. L’autore mette in luce specifiche situazioni in cui, anche se appare chiaro all’analista che il ritiro permette di evitare l’angoscia, il paziente sembra offrire una falsa collaborazione e l’analista è spinto ad interagire in modi che potrebbero essere superficiali, disonesti o perversi. Può accadere che il paziente si barrichi dietro un sistema difensivo molto rigido, un’armatura protettiva inconsapevole che lo intrappola in un nascondiglio da cui l’analista sembra tagliato fuori, trovandosi così anche lui ad essere complice degli elementi tirannici di questa organizzazione. Pensiamo ad un’analista che, nel tentativo di raggiungere il paziente e di rimanere per lui un oggetto idealizzato, soccorre, anche concretamente, il proprio paziente, offrendo, ad esempio, una dilazione nel pagamento delle sedute, incastrando così il paziente in un rifugio anche esterno, in cui non sarà possibile sciogliere la dipendenza, se non dopo molti anni dalla fine di un percorso che deve ancora essere concluso dal punto di vista economico. Cosa sta avvenendo? L’analista, nella falsa speranza di costituirsi come un nuovo oggetto in grado di andare incontro ai bisogni del paziente, diventerà il carceriere inconsapevole di un nuovo rifugio, che non fa che ricalcare l’organizzazione difensiva interna al paziente, senza accorgersi che l’analisi stessa è diventata il rifugio. Così, evitare il contatto reale con l’analista diventa un evitare il contatto con la realtà, con le inevitabili perdite, con l’onnipotenza, con il tempo che scorre. Il cambiamento diventa una minaccia inaccettabile. Un “buon” analista, che si doti di una “buona” supervisione, può provare a chiarire dentro di se che ciò che avviene nel “qui ed ora” della seduta: oggetti interni, derivanti da esperienze reali o nati dalla fantasia inconscia del paziente, sono utilizzati con scopi difensivi specifici, che permettono al paziente di legare elementi distruttivi della sua personalità. Il progetto del paziente, di difendersi dall’angoscia, lo porta a sottostare ad un’organizzazione interna distruttivamente perversa, mantenuta unita con mezzi violenti. Quando tale organizzazione, invece che essere avvicinata, si insinua nella mente dell’analista e guida il suo lavoro, la relazione analitica si colora di aspetti perversi, dove l’aiuto è mascherato da bisogni narcisistici mai avvicinati. Per il paziente il riappropriarsi di parti di se così distruttive può diventare insopportabile e si rischia di individuare tale distruttività all’esterno, nei singoli o nei gruppi. Può accadere che si creino dinamiche di scissione nei gruppi umani tra posizioni opposte, molto polarizzate, i buoni e i cattivi. Osserviamo bene, pensiamo con l’aiuto della mente di altri colleghi, perché potremo trovarci di fronte ad un’organizzazione onnipotente, che ci lascia senza scampo. Ma se possiamo nominare il terrore del contatto con l’altro, che può avvicinarci, sostenerci, superarci, possiamo finalmente aprire una strada di pensabilità. L’insegnamento della psicoanalisi dovrebbe aiutarci nel fermare l’inevitabile ripetizione che questi angusti luoghi della mente portano, impedendo il passaggio verso una posizione depressiva, verso la consapevolezza della propria finitezza. Auguriamoci, grazie ai maestri che ci siamo scelti, di essere in grado di aprire spazi verso la possibilità di essere generosi, di riparare il nostro interno e quello dei nostri pazienti, investendo il mondo della realtà.
Psicoanalisti dell’Associazione Psicoanalitica Gradiva
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