Intervista alla Prof.ssa Paola Carbone

Pubblicato il 11 marzo 2026 alle ore 18:00

Domanda- Dott.ssa Francesca Salimei: Ad oggi si parla spesso di adolescenti "fragili", secondo lei gli adolescenti di oggi sono davvero più fragili di quelli delle generazioni precedenti, oppure è cambiato il modo in cui la loro sofferenza si manifesta e viene letta dagli adulti? In che cosa, secondo lei, l’adolescenza di oggi si differenzia da quella di un tempo? 

Risposta .- Prof.ssa Paola Carbone: È una domanda a cui non è facile rispondere dal punto di vista quantitativo, non abbiamo elementi per dire se davvero gli adolescenti di oggi sono ‘più’ fragili. Che sappiamo di quello che succedeva cento anni fa? Dopodiché arriviamo all’epoca in cui Dickens scriveva nei romanzi di adolescenti che venivano presi, venduti, rubati, che facevano gli spazzacamini e morivano a venti anni, insomma è un discorso difficile. Però, posto il fatto che l’adolescenza è una fase della vita in cui si è in generale più fragili, a volte molto più fragili che in altri momenti della vita, è comunque possibile delineare delle differenze qualitative: la fragilità degli adolescenti di ‘oggi’ ci appare come una fragilità con una certa coloritura narcisistica. Ma in che senso ‘narcisistica’? Che valore diamo a un termine che è usato in tanti e diversi modi? Le due grandi narrazioni mitiche a cui si è affidata la psicoanalisi sono il mito di Edipo e il mito di Narciso, due miti che hanno come protagonisti proprio due adolescenti e mettono ambedue in scena una delle questioni più complicate dell’umanità, ovvero il rapporto con l’Altro: il mito di Edipo mette in scena la tragedia dell’incontro con l’Altro, un incontro che diventa subito scontro (l’uccisione del padre), il mito di Narciso mette in scena all’opposto la tragedia dell’incontro con l’Identico, quando non c’è l’Altro: come nei versi di Ovidio, “iste ego sum”, che potremmo tradurre questo (altro) sono io e quindi una situazione mortifera. Qualche decina di anni fa, in una società borghese ancora improntata a un modello patriarcale, molte angosce, molte insicurezze degli adolescenti erano animate dalla difficoltà di gestire l’irruzione della sessualità genitale e dai conflitti che questa irruzione generava con l’ambiente di vita (famiglia, scuola…), un ambiente introiettato durante l’infanzia e ‘interpretato’ violentemente dal proprio ‘infantile’, un ‘infantile’ spesso popolato da fantasmi superegoici primitivi e punitivi; l’emblema di questa conflittualità era la reviviscenza più o meno inconscia del conflitto edipico e dell’angoscia di castrazione. Oggi queste angosce non sono del tutto sopite. Anche se la cultura dominante appare meno ‘patriarcale’ e meno ‘sessuofobica’, anzi sembra che ‘i padri’ siano a rischio di estinzione e la ‘sessuofobia’ sia diventata una ‘sessuofilia-coatta’, l’impatto del ‘fatto orgasmico’ con l’‘infantile’ resta comunque una esperienza ‘critica’, un’esperienza cioè che propone e impone al ‘soggetto-quasi-adolescente’ importanti rimaneggiamenti. Tuttavia negli ultimi decenni la conflittualità ‘edipica’ appare meno evidente, sulla scia di sostanziali cambiamenti sociali, come tutti sappiamo si è evidenziata una maggiore difficoltà degli adulti a fare gli adulti (continuità, responsabilità, autorevolezza…) e questa inconsistenza genitoriale espone i figli a un sentimento di dispersione della propria identità; la ricerca di sé non si declina più tanto nel confronto/conflitto con l’Altro (l’‘altra’ generazione, l’‘altra’ esperienza…) ma attraverso la ricerca del proprio riflesso (riflesso di cui il selfie è un’efficace metafora). È una ricerca molto pressante perché l’adolescente ha un bisogno vitale di verificare la propria consistenza, ma cercare di incontrarsi attraverso il proprio riflesso, proprio come nella tragedia di Narciso, finisce con l’essere una esperienza ‘illusoria’ che preclude l’orizzonte potenziale della soggettivazione. Quindi un disperato bisogno di essere in rete con tutti gli amici per essere visto, che però poi alla fine non porta al sentimento di avere conquistato effettivamente una consistenza maggiore. 

Domanda - Dott.ssa Francesca Salimei: L’adolescenza è una fase in cui il rapporto con il corpo, con il limite e con l’altro diventa particolarmente complesso. Quali sono, oggi, le angosce più profonde che incontra nel lavoro clinico con gli adolescenti e come queste si intrecciano con il contesto sociale attuale? 

Risposta - Prof.ssa Paola Carbone: È interessante che lei abbia posto nella sua domanda il termine ‘limite’ tra ‘il corpo’ e l’‘altro’, perché in qualche modo è vero che ambedue, sia il nostro corpo che i nostri altri, costituiscono il nostro limite, un termine che ha due facce: c’è un ‘limite-barriera’ che suona costrittivo, negativo e imperativo: “non puoi andare oltre!” (per es. se quella ragazza non ti vuole più vedere ti devi fermare perché è una volontà ‘altra’; oppure, se stanotte ti ubriachi domani non sarai in grado di affrontare l’esame, perché il tuo corpo non ti seguirà) però c’è anche un ‘limite-soglia’, un limite come motore della nostra perenne ricerca evolutiva, che segna lo scarto tra me e il mondo, anima un movimento creativo, la continua creazione e ricreazione di me e del mondo che si articola proprio a partire dal ‘limite-soglia’. Pensiamo a tutta la storia della tecnica, dalle prime asce di pietra scheggiata che oggi sono diventate l’Intelligenza Artificiale e che nascono dalla speciale consapevolezza dei ‘limiti’ che è propria della nostra specie, dall’uso che noi facciamo del limite. Creo l’ascia poi capisco che la uso meglio inserendo una parte di legno e unisco due cose, insomma è stato un continuo frenetico costruire strumenti, la tecnologia. Per diverse ragioni in adolescenza il confronto con il ‘limite’ è spesso molto intenso e drammatico, perché il grande limite con cui si deve confrontare ogni adolescente è quello temporale, è la durata della vita, che ha in sé un limite e che si comincia a conoscere con consapevolezza proprio in adolescenza, una consapevolezza difficile che sfida a esercitare una negazione disperata, pensiamo per es. a tutti i comportamenti a rischio in cui tanti ragazzi si impegnano proprio per negare la propria mortalità (es. io mi butto dal ponte tanto non muoio). Proprio in adolescenza va saggiata ed esplorata la differenza tra il ‘limite-barriera’ e il ‘limite-soglia’, e questo da un lato apre alla costruzione-conquista di uno spazio ‘segreto’ “il più intimo e insieme il più elementare dei processi costitutivi del Sé” (A. Novelletto, 1984, in Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza. Ed.Borla, Roma, p.76), ma dall’altro lato, questa ricerca di questo altro oltre il limite, espone fisiologicamente gli adolescenti ad avventurarsi in comportamenti rischiosi. In questo senso la ‘traumatofilia’ adolescente non è una novità di ‘oggi’ ma testimonia alcune caratteristiche antropologiche della nostra specie, e proprio a proposito dell’importanza del ‘limite’ e della centralità del dialogo ‘limite-adolescenza’ è interessante ricordare che nel panteon più arcaico dell’antica Roma c’era una divinità chiamata ‘Terminus’ deputata a tutelare ‘i limiti’ (dei terreni, delle proprietà…). Sotto Tarquinio Prisco fu introdotta nel Campidoglio, il luogo sacro dell’urbe dove si ergevano le statue degli dèi, la nuova rappresentazione antropomorfa della Triade capitolina (Giove, Giunone e Atena), fu la prima volta in cui furono rappresentati degli dèi come degli esseri umani, e in quella occasione furono spostate le vecchie rappresentazioni degli dèi. Furono spostate tutte salvo due: Juventus (che rappresentava la giovinezza) e Terminus, che rimasero collocate dove erano, vicino alla Triade e soprattutto vicine tra loro, questo per dire che Juventus e Terminus sono intimamente in dialogo.

Domanda - Dott.ssa Francesca Salimei: Nel rapporto dell'adolescente con le figure genitoriali appare oggi spesso fragile la funzione, di queste ultime, di limite e di contenitore. Dal punto di vista psicoanalitico, in che modo la fragilità di queste funzioni adulte incide sulla psiche dell’adolescente e sulle modalità attraverso cui la sofferenza psichica prende forma e si manifesta?

Risposta - Prof.ssa Paola Carbone: Se i genitori non hanno introiettato un rapporto abbastanza sano, creativo con il ‘limite’ non possono ‘insegnarlo’ ai loro figli. Noi psicoterapeuti, e anche molti pedagoghi, stiamo sempre meglio capendo che l’efficacia delle nostre parole, dei nostri discorsi e raccomandazioni, si fonda sull’autentica assunzione, da parte dell’adulto, di ciò che viene detto. Qualche giorno fa una mamma single mi ha consultato perché il figlio sta avendo a scuola comportamenti ribelli che rischiano di esporlo alla bocciatura e lei lo riempie di raccomandazioni che risultano assolutamente inutili e si dispera perché non sa come aiutarlo. Questa signora ha affrontato, sul ‘limite’ della nostra seduta, eravamo già in piedi per salutarci, il fatto per lei inquietante che il figlio si sia messo a fumare, e mi dice: “Sa perché lo fa? Perché lo fanno tutti gli altri e se non lo fa si sente scemo. E poi, sa cosa mi ha detto? Tu fumi, papà fuma, nonno fumava, perché non devo fumare io…?”. Eravamo sulla porta e la cosa è rimasta lì, la affronteremo nei prossimi incontri, ma ciò che è più rilevante è che questa signora mi ha fatto sapere che lei stessa fumava, mi ha mostrato la propria dipendenza dal fumo, attraverso una via proiettiva: il fatto che il figlio fumasse. Da molti anni io pratico (e insegno nel Scuola di specializzazione ARPAd) un tipo di intervento terapeutico, ‘la psicoanalisi senza il paziente’ (P.Carbone, Genitori e figli. 2017. In ‘Adolescenze, itinerari psicoanalitici’. MaGi Edizioni, Roma. 133-170), per affrontare quelle situazioni gravi (disturbo borderline, psicosi, disturbi del comportamento alimentare…) in cui il paziente rifiuta ogni tipo di trattamento; è un intervento che si avvale esclusivamente della collaborazione dei genitori ed è un tipo di trattamento che ci consente di verificare come, al di là delle parole e dei comportamenti, le modifiche profonde e autentiche dei genitori siano il motore di cambiamenti profondi e stabili nei figli.

Domanda - Dott.ssa Francesca Salimei: Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte aumento delle diagnosi di disturbi dell’apprendimento e di ADHD in età evolutiva e adolescenziale. Dal suo punto di vista clinico, a che cosa risponde questa crescita diagnostica e quali rischi intravede quando la diagnosi diventa il principale strumento di lettura della sofferenza psichica dei bambini e degli adolescenti?

Risposta - Prof.ssa Paola Carbone: Un aspetto dell’ADHD che mi sembra venga spesso trascurato è la totale costrizione fisica a cui tutti i nostri bambini vengono sottoposti nell’urbanizzazione massiccia che si è prodotta negli ultimi cinquant’anni. La prevalenza quantitativa del contesto urbano nella forma di vita umana è un fatto molto recente nella storia della nostra specie e anche molto grave; duemila anni fa (pochi anni fa per l’evoluzione) solo il 2,4% della popolazione umana viveva in aree urbanizzate, nel XVIII secolo questa percentuale era cresciuta di molto poco, arrivando al 7,1%. Oggi, in Europa, il dato sale al 76%. Cosa significa per un bambino essere allevato in un ‘appartamento’ rigidamente confinato da barriere fisiche e sociali? Significa che viene sistematicamente inibita ogni forma di esplorazione-espressione corporea spontanea. Ma il nostro corpo non è una ‘macchina’ che possiamo permetterci di tenere parcheggiata e usare una volta ogni tanto, per andare a fare una gita, finalmente anche le neuroscienze hanno compreso che la nostra intelligenza e creatività non è ‘nel cervello’ che in quanto tale “è una astrazione che non regge alla prova dei fatti [... ] e ciò che le neuroscienze rischiano di trascurare è che il corpo non è un semplice supporto bensì un centro attivo di esperienza e significazione […] e il cervello non è il luogo della mente, ma una delle sue condizioni operative” (V. Gallese, 2026, 43-44, ‘Il Sé Digitale’, Cortina ed.). Il corpo è la sorgente perenne e viva di ciò che definiamo ‘psiche’, ‘mente’, ‘spirito’ e questa inibizione motoria radicale a cui sono sottoposti i nostri bambini (anche quelli più fortunati che vanno due volte a settimana a giocare al parco o al calcetto) ha innumerevoli ricadute sulla potenziale creatività degli ‘umani’ e in concomitanza con altre circostanze si manifesta in quei deficit di attenzione accompagnato da iperattività che mettono in scena i danni che derivano da un corpo cronicamente costretto: nell’ADHD vediamo come l’inibizione della pulsione sanamente esplorativa della giovinezza si ripieghi in un continuo affaccendamento coattivo e sterile.

Cenni biografici

Paola Carbone, psichiatra, psicoanalista SPI-IPA, da decenni si dedica sia all’attività psicoanalitica sia al lavoro clinico nelle istituzioni, in particolare negli ambiti della Psicologia medica e dei Servizi per adolescenti. Già professore associato presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università di Roma «La Sapienza», dove è stata a lungo  responsabile del laboratorio di prevenzione «I giovani e gli incidenti». È docente dell’ARPAd (Associazione Romana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescente e del Giovane adulto), direttore della scuola di specializzazione ARPAd in 'Psicoterapia psicoanalitica dell'adolescenza', co-direttore della Rivista AeP, Adolescenza e Psicoanalisi. E' socio fondatore della cooperativa sociale «Rifornimento in volo».

 

 

Alcuni suoi scritti

Ha pubblicato più di 250 articoli e numerosi libri, tra i più significativi:

- Adolescenze. Percorsi di psicologia clinica (Edizioni scientifiche Ma.Gi, 2005);

- Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti dei giovani (Bollati Boringhieri, 2009);

- L’adolescente prende corpo (Il Pensiero Scientifico, 2013);

Cinema, adolescenza e psicoanalisi (Franco Angeli, 2013);

 -  Adolescenze. Itinerari psicoanalitici, con Silvia Cimino (Edizioni scientifiche Ma.Gi, 2017).

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