Spazi intermedi 15 maggio 2026

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 19:22

Report della supervisione del 15 maggio 2026

Venerdì 15 maggio si è svolto il secondo incontro di supervisione, condotto dalle Dottoresse Giada Di Veroli e Maria Vittoria Calisse e dedicato agli interventi di natura psicologica al di fuori della stanza di terapia, in contesti intermedi, nei quali la pratica clinica si confronta con setting mutevoli e scarsamente definiti. La supervisione si configura, in questo senso, come uno spazio in grado di favorire la pensabilità dell’intervento e la tenuta del clinico. Durante l’incontro, è stato condiviso del materiale clinico relativo a un intervento domiciliare con un’adolescente alle soglie dell’età adulta. Il caso ha evidenziato la difficoltà di interfacciarsi privatamente con le figure genitoriali, con il rischio di riproporre dinamiche relazionali collusive. La riflessione del gruppo si è concentrata, in particolare, sul pericolo di una configurazione fusionale tra clinico e paziente, che elimini la funzione di limite e ostacoli l’accesso alla terzietà. Quest’ultima funzione è stata attribuita anche alla presenza di un’équipe di cura ampia e integrata, a cui il clinico dovrebbe aver accesso per svolgere efficacemente il proprio ruolo di ponte tra il paziente e il contesto curante. L’esclusione o il mancato dialogo con alcune parti dell’équipe rischia infatti di alimentare dinamiche di scissione e frammentazione. Ampio spazio è stato inoltre dedicato al tema del confine tra funzione di contenimento e rischio di intrusività nei confronti della paziente, sottolineando come il clinico possa trovarsi ad oscillare frequentemente tra questi due poli.
È stata, allora, ricordata l’importanza di riconoscere un limite rispetto a ciò che il clinico può prendere e sopportare dal paziente, e di confrontarsi con eventuali aspetti di tenuta onnipotente. La supervisione ha così permesso di approfondire la difficoltà, spesso presente nei contesti intermedi, di definire con chiarezza il proprio ruolo. In tali setting, infatti, le richieste implicite ed esplicite possono facilmente orientare l’intervento verso assetti relazionali confusivi, nei quali elementi propri della psicoterapia si intrecciano con funzioni appartenenti a figure intermedie, come quella del compagno adulto. È emersa, quindi, la necessità di chiarire, sia internamente sia nella relazione con il paziente e il contesto familiare, la propria funzione di cura, esplicitandone limiti, confini e modalità operative, attraverso l’introduzione di una funzione terza sufficientemente assertiva e normativa. Ancora una volta, il gruppo di supervisione si è confermato come un dispositivo fondamentale di sostegno al lavoro clinico: uno spazio contenitivo e generativo di pensiero, capace di contrastare il rischio di isolamento professionale e di aiutare il clinico a mantenere uno sguardo lucido sui propri limiti, sulle proprie risorse e sulle possibilità dell’intervento.

Giorgia De Santis

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